L’innocente colpevolezza di Porzia Corradi

Categorie: Perugia

Perugia, anno domini 1600: una donna, la sua gran voglia di vivere e il triste destino che l’attende.

Roberto Valeriani e la serenata a Porzia“Padre, Dio mi perdoni perché ho peccato!
Quella serena notte mi è rimasta terribilmente indelebile nella mente, a rimarcare la mia orrenda colpa. L’aria era tiepida, quasi primaverile, ed io ero, come spesso mi accedeva, sola nelle mie stanze. Mio marito Dionisio, della nobile famiglia dei Dionigi, svolgeva il suo servizio d’armi a Roma, come moschettiere del Cardinale Aldobrandini, nipote del Papa. Per il mio consorte ho sempre provato rispetto e gratitudine per avermi voluto prendere in moglie nonostante fossi rimasta orfana, ma, pur sforzandomi, non riuscivo a sentire per lui più del semplice affetto. Con i miei diciassette anni, la sua figura possente di uomo maturo e quella folta barba quasi m’intimorivano. Il suo lavoro così lontano da me m’intristiva, ma, al contempo, mi sollevava dal sentimento d’inappropriatezza che provano al suo cospetto. Dionisio aveva incaricato mio fratello Corrado di badare a me in sua assenza, ma quella sera anche lui era fuori e non avrei avuto l’onore di quella compagnia.

Inutile mentire ad un uomo di chiesa come voi, la porta delle stalle del palazzo era aperta. In cuor mio speravo che Roberto decidesse di farmi visita e lui non si fece attendere. Il suo arrivo m i fu annunciato da un suadente canto; socchiusi la finestra e lo scorsi lì sotto, insieme a due amici venuti a dedicare a me una serenata. Ascoltavo sognante una voce da usignolo e, senza rendermi conto, in un attimo la porta della stanza si aprì ed il mio amante era già lì vicino a me. Ci conoscevamo dall’infanzia  con lui mi sentivo a mio agio, non dovevo stare attenta a ciò che dicevo o facevo, per Roberto ero perfetta così e ogni mio gesto con lui sembrava naturale. Mi lasciai andare, perdendo ogni cognizione di luogo e tempo, ma la mia estasi era destinata ad interrompersi bruscamente.

Un colpo d’archibugio esplose nel silenzio della notte: “Oddio Corrado?”, pensai. Roberto repentinamente si alzò dal letto, si rivestì e si precipitò in un attimo dalle scale, lasciandomi sola e confusa. Non sapevo cosa fosse successo, m’immaginavo solamente si trattasse di qualcosa di brutto. L’idea di attendere l’arrivo di mio marito e la prospettiva di dover dare a lui la spiegazione dell’accaduto mi terrorizzava. La serata che avevo trascorso con Roberto era stata bellissima e la mia vecchia vita non mi piaceva più. D’istinto raccolsi in un fagotto i gioielli, il denaro e tutti gli oggetti a me cari, mi coprii con la prima veste che trovai e mi diressi sicura verso casa del Cavalier Coppoli, uno degli amici del mio amante, certa di trovar lui.

Era lì, scuro in volto come poche volte mi era capitato di scorgerlo. Era insieme al padrone di casa ed Ercole della famiglia Anastagi, colui a cui apparteneva la meravigliosa voce che avevo udito quella sera. Nel vedermi, i tre restarono di sasso: “Che fate qui?” mi redarguì Roberto. Non mi capacitavo: perché solo pochi minuti prima così dolce ed adesso così freddo? Cercò di convincermi a tornare sui miei passi ed io mi arrabbiai: dopo tutto lui mi aveva messo in questa situazione ed ora, che non avevo un posto dove andare, doveva prendersi carico della mia persona.
Era quasi l’alba e bisognava agire in fretta, io la mia scelta l’avevo già fatta: avrei seguito Roberto e nessuno avrebbe potuto dissuadermi. Decidemmo di fuggire da Perugia prima che la guarnigione del Governatore della città si organizzasse per darci la caccia, e ci dirigemmo verso lo Stato fiorentino. Facendo valere l’appartenenza al Supremo Ordine di Malta, il Cavalier Coppoli era sicuro di riuscire ad ottenere asilo dal Granduca di Toscana.

Nel viaggio, i miei compagni d’avventura mi raccontarono, finalmente, i dettagli di ciò che era successo la sera avanti. Solo allora scoprii che l’archibugiata non era finita in corpo a mio fratello, che godeva, bontà sua, di ottima salute. Messer Coppoli, rimasto ai piedi del palazzo, aveva avuto da Roberto l’incarico di presidiare il passaggio, prestando attenzione che non tornasse Corrado. Grazie al cavalierato, aveva ottenuto il permesso dalle autorità a portare sempre con sé la sua arma da fuoco e, così agghindato, non temeva lo scendere della notte. Quei fantastici momenti che per me terminarono in un batter d’ali, per lui sembrarono non finire mai e la noia lo fece cadere tra le braccia di Morfeo. Si addormentò sui gradini dell’umile casa, di rimpetto alla porta delle stalle. Sventura volle che il proprietario stesse tornando proprio in quel momento e, vedendo uno sconosciuto davanti all’uscio  decise di sguainare la spada. Il rumore destò il nostro amico che, ancora assonnato, confuse l’ombra in assetto da combattimento per il mio guardiano e, in un attimo, esplose il colpo fatale.

Banchetto rinascimentale - dipinto

Se pur triste per il poveruomo, mi rincuorai di non aver perso un fratello e fui contenta di sapere che la nostra unica colpa era di aver ucciso un villano. Ma allora perché gli umori erano così cupi? Nessuno mi rivolgeva le attenzioni che meritavo e, per la prima volta dubitai dei miei sentimenti per Roberto.

Giunti alla nostra destinazione, ci comunicarono che il Granduca, per averci protetto, stava avendo del problemi con il Papa. Sua eminenza cardinal Aldobrandini aveva chiesto al Santo Padre di intercedere per la causa di mio marito Dionisio, che a tutti i costi voleva riavermi. Dovemmo, quindi, continuare la nostra peregrinazione verso Orbetello, nel regno di sua Maestà cattolica il re di Spagna. Ci attendeva un fuoriuscito da Perugia amico di messer Coppoli per darci rifugio nel castello in cui viveva.

Il Governatore di Orbetello fu molto ospitale con noi, ci trattò con le accortezze imposte per il nostro rango, rimanendo in ogni caso restio nel godere della nostra compagnia. In compenso suo nipote Alonzo ci onorava spesso con visite di cortesia. In me l’infatuazione per Roberto era ormai scomparsa, ero triste, diventavo spesso irascibile e i litigi non mancavano. La compagnia di quello spagnolo affabile e bene educato era l’unica cosa che riusciva a farmi tornare il sorriso. Si dilettava spesso a trascorrere intere serate da noi, a conversare e sovente organizzava addirittura ricevimenti in nostro onore.
Una sera decidemmo di ricambiare le gentilezze, invitando la corte spagnola ad una pomposa cena nei nostri alloggi. Avremmo poi allietato i commensali con una commedia. L’idea era di ridere sulle disavventure che avevamo passato: ognuno di noi avrebbe impersonato se stesso in una recita; il ruolo dell’adirato Capitano, mio marito, sarebbe andato al fedele servitore Sorbolone; un paggio avvolto in una tovaglia amaranto avrebbe impersonato l’autoritario Cardinale amico di Dionisio e nipote del Papa, ruolo quest’ultimo affidato, in abito bianco, allo scudiero di Ettore Anastagi. Ci divertimmo come bambini e la parodia si protrasse per tutta la sera, lasciando di stucco tutti i commensali.

Schernendoci, c’eravamo illusi che le nostre disgrazie fossero lontane, ma presto qualcuno ci avrebbe costretto a pagare per le nostre azioni. Alonzo, giovane sempre allegro, cui piaceva mangiare e giocare a carte con noi, che in ogni occasione mi faceva visita anche solo per scambiare poche parole, l’ultimo giorno del mio soggiorno in terra spagnola arrivò al castello insieme alla sua guarnigione. La tristezza che scorsi sui suoi occhi presagiva il mio ritorno a Perugia in catene…”

Misterbad - Illustrazione di Porzia Corradi

Misterbad – Illustrazione di Porzia Corradi

Questo è il monologo immaginario di Porzia Corradi, una nobildonna seicentesca realmente esistita, mentre parla al suo frate confessore prima di salire al patibolo. La commovente cronaca dell’esecuzione della bellissima giovane è arrivata a noi grazie ad un manoscritto anonimo ed inedito dell’epoca: “Relazione sulla morte delli Sig.ri Astorre Coppoli, Cavaliere di Malta, Hercole Anastagi, Canonico di Perugia, Roberto Valeriani, Porzia Corradi ne’ Dionigi con tre loro servitori, Carlo, Giovanni Battista e Sorbolone, seguita per giustizia li 21 febbraio 1600”.
Di recente, la triste vicenda è state ripresa da illustri scrittori come Uguccione Ranieri o Carla Sodini, da cui ho tratto la mia versione. Ci raccontano di come, in accordo con le nobili famiglie coinvolte nei misfatti, una volta riportati gli imputati a Perugia, ci furono sette sentenze capitali senza né precisi capi di imputazione né processo. Ad Anastagi e Coppoli, di nobile lignaggio, toccò la mannaia del boia, per gli altri di ceto inferiore c’era la forca, a ribadire la differenza delle persone anche di fronte alla morte. Si racconta di come Porzia morì tra atroci sofferenze e di come la bella, salendo al patibolo, cercò conforto dalla finestra del palazzo del marito, che rimase implacabilmente e vigliaccamente socchiusa per tutto il tempo e del “becco” s’intravide appena l’ombra.

pubblicato su: Terrenostre (Settembre 2013)

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Riguardo l'autore

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Ingegnere impegnato da anni nel campo dell’automazione industriale. Ama il suo lavoro ma al contempo è affascinato anche da: storia, tradizione e misteri della sua terra, l’Umbria. Collabora con alcune riviste e quotidiani e ha la profonda convinzione che il migliore investimento per il futuro sia la cultura, settore in cui l’Italia, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai seconda a nessuno.

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