La scoperta di un diavolo nei dipinti di Giotto

Categorie: Assisi

Cosa centra questo demone con San Francesco di Assisi?

Vi è mai capitato che qualcuno vi facesse notare un vostro difetto fisico, un piccolo neo, di cui ignoravate l’esistenza e, osservando con occhi nuovi quella parte del corpo, vi domandaste: “Come ho fatto a non vederlo? E’ possibile che ci sia sempre stato?” e, nel frattempo nella vostra testa, il neo diventasse sempre più grande, più visibile e più angustiante? Non vi è mai successo? Sappiate che Vitangelo Mostarda, il protagonista di “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello, ha vissuto un’esperienza simile a quella da me descritta nel momento in cui la moglie gli ha fatto notare che il suo naso era leggermente storto. Dopo quest’episodio insignificante il personaggio ha rimesso in discussione la sua vita ed in fine è diventato pazzo. Gli esperti d’arte di tutto il mondo non sono di certo impazziti, ma non possono essere rimasti indifferenti dopo la scoperta effettuata dalla medievalista Chiara Frugoni di un demone nascosto nell’affresco  “Morte e Ascensione di San Francesco” nella ventesima scena della vita del santo, custodito nella Basilica superiore di Assisi e mai notato da nessuno di loro!

Giotto - San Francesco e il diavolo trovato da Chiara Frugoni

Giotto – “Morte e Ascensione di San Francesco” – Basilica superiore di Assisi

Tutti hanno già parlato della notizia. Io vorrei soffermare l’attenzione, invece, sulle ragioni di quest’incredibile successo mediatico e cercare di scoprire, al contempo, il perché l’immagine sia messa proprio lì e il motivo per cui Giotto ha voluto celarla così bene, da restare nascosta per quasi 800 anni.
Indubbiamente questo diavolo fatto di nuvole cambia la storia dell’arte. Sino a ora, si credeva che il primo artista ad aver utilizzato le nuvole in forma plastica per nascondere un’immagine in un quadro, fosse stato Mantegna nel suo San Sebastiano del 1460, oggi conservato nel Kunsthistorisches Museum a Vienna.

San Sebastiano di Mantegna superato da Giotto di due secoli

Mantegna – San Sebastiano

Nelle nuvole sullo sfondo, si vede un misterioso cavaliere, forse uno dei quattro dell’Apocalisse. Ora l’invenzione, davvero diabolica, di questo trucco va retrodatato di due secoli e appartiene quindi a Giotto.

Abbiamo individuato, per il momento, due delle ragioni del successo della scoperta:
1. Riguarda gli affreschi sulla vita di San Francesco di Assisi, uno dei cicli pittorici più famosi e visitati al mondo, e Giotto, uno degli artisti più importanti e studiati di sempre.
2. Rivoluziona la storia dell’arte, retrodatando di due secoli l’utilizzo delle nuvole per celare un’immagine.

Non c’è due senza tre e, non nascondendoci dietro un dito, la terza ragione la conosciamo tutti. Il posizionamento di un demonio nel dipinto dell’ascensione al cielo di San Francesco di Assisi ha un che di strano e fuori luogo al punto da sembrare irriverente, e quasi sacrilego, e ciò, bisogna ammettere, fa notizia.

La realtà storica smentisce, purtroppo, i luoghi comuni perché nelle religioni d’ogni tempo il bene e il male hanno sempre convissuto ed hanno lottato per prevalere l’uno sull’altro  Lucifero non era forse, prima della sua caduta, un angelo così bello che l’etimologia del suo nome significa “Portatore di luce”?

E’ proprio la stessa studiosa francescana e docente universitaria Chiara Frugoni a spiegarci la sua opinione: «Potrebbe essere un gioco di Giotto, una specie di scherzo. Oppure potrebbe essere un dettaglio iconografico voluto e palese, più serio. Nel Medioevo era credenza comune che i diavoli non fossero solo creature sotterranee, ma che vivessero nelle nuvole e provocassero le tempeste, e che dalle nuvole contendessero agli angeli le anime dei defunti che salivano verso il Paradiso… In questo senso l’immagine avrebbe una collocazione perfettamente adeguata».

Solo per citare un altro esempio indietro nei secoli, nell’antica religione egizia s’immaginava che nell’aldilà il defunto si dovesse sottoporre alla PSICOSTASIA: detta anche “pesatura del cuore”, o “dell’anima”. La cerimonia descritta nel Libro dei Morti, prevedeva che l’anima venisse accompagnata da Anubi al tribunale celeste per la pesa: il cuore era posto sul piatto di sinistra della bilancia e non doveva essere più pesante di una piuma.

In caso contrario Ammit, una divinità con la testa di coccodrillo, la parte anteriore del corpo di leone e la parte posteriore somigliante a quella dell’ippopotamo, divorava il defunto perché indegno.
Il libro dei morti nella religione egizia

Ammit nel libro dei morti della religione egizia

Religione egizia – libro dei moti

Se la pesatura era andata bene, Thot segnava su un papiro il buon esito e Horus accompagnava il defunto da Osiride, il dio dell’Oltretomba. Alle spalle di Osiride, nell’ultima immagine proposta, si scorgono: la sua sposa Iside e la sorella Nefti, dea dell’oltretomba e sposa di Seth il dio malvagio, fratello e antagonista di Osiride e suo assassino.
Anche in questo caso quindi gli dei del bene e del male convivevano ognuno con il proprio ruolo senza che nessuno potesse gridare allo scandalo e persino il faraone, considerato dio in terra, doveva sottoporsi alla prova della pesatura per passare nell’aldilà.
Così frate Francesco dopo la morte ha trovato nel suo cammino questo maligno diavoletto che ha tentato il “colpo gobbo”, prima che uno stormo di angeli venisse in soccorso del Santo cacciando il demone, letteralmente con la coda tra le gambe, allo stesso modo in cui l’arcangelo Michele spalanca le porte della città di Dite al peregrino Dante nel IX canto dell’Inferno:

si sente un gran frastuono proveniente dalla palude, che fa tremare entrambe le sponde ed è simile a un vento impetuoso che abbatte le foreste. Virgilio consente a Dante di aprire gli occhi e gli dice di guardare verso il fumo della palude, dove si vede il messo celeste avanzare senza toccare l’acqua. La creatura celeste avanza scacciando con la mano dal viso il vapore del pantano, mentre al suo cospetto le anime degli iracondi si dileguano. Virgilio fa cenno a Dante di inchinarsi di fronte a lui, che sembra pieno di disdegno verso quel luogo.
Il messo giunge alla porta della città di Dite e, dopo averla aperta con un bastoncino, inizia a rimproverare aspramente i diavoli.(http://divinacommedia.weebly.com)

E’ tutto normale, “il povero diavolo” nel dipinto di Giotto dell’ascesa al cielo di San Francesco d’Assisi non è assolutamente fuori contesto e discorso chiuso.

Discorso chiuso?!

Ma allora perché nasconderlo?

E’ certo che nella storia dell’arte tanti sono gli esempi di contenuti celati in dipinti d’ogni epoca. Ad esempio: cosa può essere quell’oggetto non identificato che “vola” nel cielo che fa da sfondo alla “Madonna con Bambino e San Giovannino”, esposta nella Sala di Ercole di Palazzo Vecchio a Firenze, ed attribuibile con buona probabilità a Filippino Lippi? Nel paesaggio di fondo, alla destra della figura della Madonna, si nota un contadino che ammira una “nuvola-navicella” che si libra nel cielo; sembra proprio un UFO al punto che l’opera è stata soprannominata la “Madonna del disco volante”.

Madonna del disco volante

Filippino Lippi – Madonna del disco volante

Citiamo solo un altro esempio: il microscopico ritratto scoperto nell’anello che indossa la donna dipinta da Robert Campin nel “Ritratto di Dama” conservato alla National Gallery di Londra. Nell’ingrandimento si nota il volto di un uomo “baffuto e capelluto”, probabilmente l’autoritratto dell’artista stesso.

Robert Campin nel “Ritratto di Dama”

Robert Campin – Ritratto di Dama

Non sempre è semplice individuare i motivi delle scelte artistiche del pittore. Giotto dal canto suo, sembra particolarmente prolifico d’immagini celate. Questa è l’opinione dello studioso di arte Luciano Buso espressa nel suo libro: “Firme e date celate nei dipinti da Giotto ai tempi nostri”. Lo stesso scrittore ne individua proprio una nella Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi, nell’opera “Isacco respinge Esaù”.

Giotto - immagine nascosta trovata da Luciano Buso. Forse un demone?

Giotto – Isacco respinge Esaù – Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi

Uno strano viso si nasconderebbe nei drappeggi del letto di morte d’Isacco, anche se l’immagine è meno nitida di quella di Chiara Frugoni e quindi più aperta alle disquisizioni.
Indaghiamo quindi sui motivi di questa propensione per le immagini nascoste di Giotto espressa in particolar modo nella chiesa di San Francesco d’Assisi.

Per farlo occorre contestualizzare il periodo storico in cui ha operato il pittore.

La lotta alle eresie iniziata da Innocenzo III e proseguita con i suoi successori, portò allo sterminio di molti gruppi religiosi considerati eretici. Contro i catari, che avevano fatto presa su gran parte della popolazione del sud della Francia, ad esempio, fu avviata una vera e propria crociata con il risultato di un loro annientamento quasi totale.

Persino Frate Francesco, con il suo ordine mendicante, dovette ottenere l’autorizzazione del Papa per poter esercitare a suo modo la parola del Signore.

Abbiamo già visto come Frate Elia, amico, successore di San Francesco e ideatore della Basilica di Assisi, fu perseguitato per la sua visione troppo progressista per l’epoca e per i suoi sentimenti troppo filo imperiali. Il poveraccio fu poi scomunicato e infine gli “Spirituali”, la frangia più estremista del suo ordine, riesumarono i suoi resti gettandoli nelle immondizie! (Godefroy, Les Fioetti, Parigi 1947).

Proprio frate Elia insieme ai suoi “Maestri comacini”, nel costruire la Basilica dedicata a Francesco, disseminò qua e là parallelismi, simboli esoterici e filo imperiali a dimostrazione che: la

visione del mondo senz’altro più semplice e più comoda ma senz’altro più “orizzontale” e più opaca (Presenza occulta e manifesta dell’Imperatore Federico II nella Basilica di San Francesco ad Assisi Frate Elia e la congiura del silenzio / Prospero Calzolari)

proposta dalla Chiesa di allora poteva aver delle alternative.

Sono icone avulse alla religione del tempo, ma non simboleggianti niente altro che le qualità proprie al buon cristiano:

la rettitudine del pensiero, l’amore fraterno che tutto cementa, la rettitudine di giudizio, il lavoro indefesso e la sottomissione delle proprie imperfezioni spirituali al lavorio dello Spirito, che tutto trasformando, fa giungere alla perfezione.(Da Frate Elia a Celestino V / Giovanni Salvati)

A chi si ispirò, o per meglio dire a chi si dovette ispirare Giotto nel costruire il ciclo d’affreschi sulla vita di San Francesco? La scelta a dir la verità non c’era:

la Leggenda Maggiore di San Bonaventura incontrò il plauso incondizionato del gruppo dirigente. Il Capitolo generale di Parigi del 1266 ordinò la distruzione di tutte le precedenti biografie. Così ad es. la Vita prima di Tommaso da Celano (commissionata nel 1228 da Papa Gregorio IX) fu recuperata soltanto nel 1768. (La facciata profetica del Duomo di San Rufino in Assisi / Arcangelo Papi)

Il lavoro espresso dal pittore è tra i migliori che la storia dell’arte ricordi, ma la sensazione che Giotto potesse avere un’opinione sulla religione tutt’altro che in “bianco e nero” è indubbio. Chissà mai che le idee di Federico II e dello stesso Frate Elia di connubio tra le religioni e di pace universale, siano rimaste nella testa dell’artista, insieme alle informazioni sul destino dell’illustre seguace di Francesco?

Celare alcune immagini quindi perché non potessero essere fraintese, e non potesse essere considerato lui stesso eretico, ma per mostrare la verità a chi riuscisse a capirla.

Finisco questo articolo con un commento che ho letto e che mi ha colpito sul pensiero dello psicologo Carl Gustav Jung riguardo alle scienze occulte e all’alchimia:

…dopo essersi dedicato per molti anni allo studio appassionato di un gran numero di indecifrabili testi alchemici cercando di interpretarne l’incredibile ridda di simbologie, Jung non poté far altro che approdare…alla convinzione che in realtà l’alchimista non fa che “proiettare” le sue osservazioni di base negli esperimenti, allo stesso modo in cui ciascuno di noi scorge nella sagoma di una nuvola un’immagine diversa. In questo modo l’alchimia si presenta come una specie di specchio dentro il quale l’operatore si osserva, scrutando le profondità più segrete del suo io. (Il grande libro dei misteri irrisolti / Colin Wilson, Damon Wilson)

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Riguardo l'autore

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Ingegnere impegnato da anni nel campo dell’automazione industriale. Ama il suo lavoro ma al contempo è affascinato anche da: storia, tradizione e misteri della sua terra, l’Umbria. Collabora con alcune riviste e quotidiani e ha la profonda convinzione che il migliore investimento per il futuro sia la cultura, settore in cui l’Italia, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai seconda a nessuno.

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