D’Annunzio e San Francesco – Il Vate e il Santo

Categorie: Assisi

Gabriele d’Annunzio, dichiaratamente ateo e incallito donnaiolo, fu al contempo profondamente devoto a San Francesco e intimamente legato alla città di Assisi.

Gabriele D'Annunzio al VittorialeNei libri di letteratura non si ricorda mai abbastanza l’importanza che ebbe la figura di Francesco d’Assisi nella vita e nell’opera di Gabriele d’Annunzio. Il suo segretario particolare accennò a questa passione etichettandola addirittura come una vera e propria “mania” che fu seconda soltanto alla figura femminile. Di questo legame sono rimasti dei versi memorabili:

Non dirò Ascesi ma Oriente, sinché le pupille e l’anima si ricòrdino. Era la vista ed era la visione, […] ed era la città di fede sostenuta dalla palma trafitta di Francesco. […] Straordinario era in tutte le cose il presentimento dell’alba […], tutte le vie conducevano verso l’apparizione d’un sole; […]

L’ammirazione per il Santo cantore della natura, che il Vate amava chiamare l’“Orfeo cristiano”, si consolidò nel 1897 durante la visita dei luoghi francescani che d’Annunzio effettuò in compagnia della Duse. Il fascino dell’atmosfera assisiate lo colpì e già nel 1903 volle riprodurre le eco del “Cantico delle creature” nelle “Laudi dell’Alcyone”.

Naturalmente, nel poliedrico animo del «Giano bifronte» della letteratura italiana nulla era puro idillio, e l’osannato Francesco fu per il poeta anche uomo di passione e di conflitti:

[…] biancheggia il letto del Tescio tortuoso; [questo fiumicello serpeggiante…] immagine dell’implacabile desiderio, dell’inestinguibile sete. […] È un aspetto di tormento, è il segno dell’anima agitata e avida. […] Non v’è forse una corrispondenza tra il perfido ardore di questo fiume e il turbamento che traeva Francesco a castigare il suo corpo su le spine del roseto? Anche il Serafico aveva in sé il suo Tescio […]”.

Il concetto fu poi ribadito nel sonetto “Assisi” del 1904:

Assisi, nella tua pace profonda / […] / A lungo biancheggiar vidi, nel fresco / fiato della preghiera vesperale / le tortuosità desiderose. / Anche vidi la carne di Francesco / affocata dal dèmone carnale / sanguinar su le spine delle rose”.

Il Fraticello fu considerato da d’Annunzio “il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani” e per questo fu assunto a protettore di molte delle sue imprese militari, compresa quella fiumana: “I poveri di Fiume non sono i prediletti di santo Francesco? Come il Serafico, essi hanno dato alla povertà l’aspetto raggiante della magnificenza”. Secondo il poeta, il frate assisiate non aveva privilegiato la povertà in sé per sé, ma la vedeva come il “mezzo eletto” per rivoluzionare la società. D’Annunzio amava paragonarsi e imitare il Santo di Assisi e ne apprezzava profondamente le qualità e le scelte. Di esse lodava in particolar modo “la povertà”. Cosciente della sua scarsa inclinazione per essa, in un’immaginaria conversazione con il Fraticello ammise: “E s’io m’appresso alla tua santa Povertà e, dopo te, le pongo al dito l’anello nuziale in pegno e in segno, la sposa mia scalza e lacera si trasmuta in regina di tutte le corone…” Viittoriale degli Italiani - San Francesco di Assisi Nel poeta il concetto di povertà si accostò spesso a quello di sperpero. Provava ribrezzo corporeo per il danaro materiale, sembrava avesse “vergogna” nel maneggiarlo e riusciva a spendere più di quanto guadagnasse. Ricordando di aver la medesima avversione fisica di quella provata dal Santo, accostava la sua figura a quella del giovane Francesco, indifferente all’utile ma interessato solo alla passione: “La passione vera non conosce l’utilità, non conosce alcuna specie di benefizio, […] il coraggio per il coraggio, l’amore per l’amore”. La propensione al dono per il dono, che cercava di imitare nel frate di Assisi, non rappresentava per lui una virtù ma era grandiosità d’animo: “Quando l’anima è bella non ha gioia se non nel donarsi grandemente”. Ricevendo nella misura in cui aveva donato e donando nella misura in cui aveva ricevuto, affermò: “Io ho quel che ho donato”. Apprezzava in Francesco l’attitudine a mostrarsi allegro in ogni situazione e ricordava come, nella “Regola non bollata”, il Serafico dissuadesse i suoi frati “dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia”. Nella vita quotidiana, d’Annunzio era comprensivo e, come Francesco, appariva di “animo gentile”, ma, come Francesco, non scambiava mai la dolcezza per bonarietà e a volte poteva essere assai duro; aveva le sue stizze, ma non era mai capace di provar rancore. In base a ciò che era scritto nella “Vita prima” del Celano, respingeva “tutto ciò che potesse suonare offesa a qualcuno” e tacitava bruscamente chi denigrava gli altri. Questa sua peculiarità fu così accentuata da indurre a credere che il miglior sistema per rendergli simpatico qualcuno era di parlargliene male. In ultimo d’Annunzio condivideva con il frate di Assisi un profondo amore per gli animali; nelle sue opere ricordò più volte il Santo in atteggiamento amorevole con le altre creature di Dio e al Vittoriale volle un dipinto con la predica di Francesco agli uccelli. E’ nota nel Vate la passione per i simboli e la sua propensione a cambiare nome a persone e a luoghi. La nomenclatura francescana fu per lui l’ennesima mania. Chiamò “Porziuncola” la primitiva casupola in cui visse a Cargnacco e poi ribattezzò con lo stesso nome la villa della Duse vicina alla sua a Settignano. A Cargnacco chiamò “San Damiano” una villetta nel giardino, toccò poi ad un altro caseggiato prendere il nome di “Rivotorto”. Per le donne egli diventava “Frate Focu” e chiamava “fratello” chi dimostrava come lui passione per Francesco. Un nomignolo del genere toccò anche al podestà di Assisi, suo grande amico, Arnaldo Fortini. Condividevano un comune amore per la poesia e la profonda convinzione che nel Santo vi fosse la più pura essenza di vita e di salvazione. Nei loro incontri al Vittoriale, Fortini diventava: il “mio primo fratello in Santo Francesco” o “Frate Arnaldo del Subasio”. San Francesco di Assisi - predica agli uccelli Il 1922 la sua estrema devozione per Francesco stimolò la stampa nazionale che pronosticò l’inizio di un suo possibile percorso da “terziario francescano”. Ciò, tuttavia, non avvenne mai e si parlò di una montatura dell’entourage di d’Annunzio che, dopo le diffide espresse dalle autorità cattoliche nei confronti delle sue opere, aveva bisogno di ingraziarsi il mondo religioso ed ecclesiastico. Allo stesso anno risale l’interessamento del d’Annunzio, per rendere il Sacro Convento di Assisi ai frati, che avrebbero creato lì “un vivaio vivacissimo di messaggeri della fede italiana in Oriente”. La vicenda si concluse due anni più tardi con un accordo tra Fortini e Mussolini e il luogo di culto fu restituito ai francescani. D’Annunzio nella ratificazione dell’atto non fu neppure menzionato, ma il Comune di Assisi lo ringraziò pubblicamente con il conferimento della cittadinanza onoraria e nell’imminenza del Centenario francescano fu fatto il suo nome per il progetto di ricostituzione della selva del Subasio. Dopo una riunione tenutasi al Vittoriale nel novembre 1923, Arnaldo Fortini gli ratificò ufficialmente l’invito a tenere il discorso ufficiale ad Assisi il 27 settembre 1925 per il Centenario del Cantico delle creature. D’Annunzio era entusiasta: la sua “La vergine e la città”, lauda drammatica sulla liberazione di Assisi da parte di Santa Chiara dall’assedio saraceno, era stata anteposta ai discorsi di tutti gli altri francescanisti. Anche Fortini era entusiasta e pochi giorni prima dell’evento scrisse: “Il canto italiano di San Francesco non potrà essere degnamente rievocato che da voi, altissimo poeta nostro”. Il desiderio sognato fin da giovane si realizzava, avrebbe “abolito le pompe, i clamori, le musiche mediocri, le cerimonie imposte” e “ricondotto il rito fraterno alla semplicità grande e fervida che noi ammiriamo nelle linee del paese umbro”; tenne a puntualizzare che: “Il mio Santo Francesco non è quello di tutti”.

Foto aerea Basilica - Editrice Rossi anni 1920-1930

Foto aerea degli anni 1920-30 sulla quale alcuni studiosi ipotizzano possa vedersi una scritta di lode a San Francesco. Gabriele d’Annunzio in quel periodo si sarebbe dovuto recare ad Assisi per il Centenario francescano, ammarando con l’idrovolante sul lago Trasimeno.

Giunse poi il colpo di scena finale e ci fu un impedimento dell’ultimo momento. In una lettera d’Annunzio scrisse al Fortini di non essersela sentita di affrontare “di nuovo [il] contatto con la Folla”. Lo stesso Fortini, in una confidenza ad una amico ammise che: “per influsso malefico di perfide creature a lui molto vicine, proprio al momento di partire per Assisi, egli fu costretto a non lasciare il Vittoriale”. La vicenda resta tutt’oggi oscura. Per il successivo Centenario della morte di San Francesco nel 1926, l’invito a d’Annunzio non fu più rinnovato, i rapporti con Fortini si incrinarono e la “francescanità” del Vate perse il fervore delle origini, anche se in lui l’affetto per il Santo non si spense mai.

pubblicato su: Terrenostre (Maggio 2014)

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Riguardo l'autore

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Ingegnere impegnato da anni nel campo dell’automazione industriale. Ama il suo lavoro ma al contempo è affascinato anche da: storia, tradizione e misteri della sua terra, l’Umbria. Collabora con alcune riviste e quotidiani e ha la profonda convinzione che il migliore investimento per il futuro sia la cultura, settore in cui l’Italia, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai seconda a nessuno.

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