Mussolini: “Per mio ordine fate cambiare la targa di Perugia in PG”

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Benito Mussolini in UmbriaSono passati ormai anni da quando le sigle delle province comparivano all’inizio delle targhe automobilistiche. Alcuni le ricordano ancora con affetto, quali simbolo d’appartenenza, e le preferirebbero di gran lunga rispetto alle anonime targhe moderne. Non molti però sanno che la nostra targa (Perugia) non è sempre stata PG ma, fino alla metà degli anni ’30, era PU.

Ufficialmente non si conoscono i motivi di questo cambio di sigla ma, il giornalista Mimmo Coletti ha raccolto delle fonti ed è sicuro che il merito appartenga al cavalier Vittorio Vergoni, uomo di fiducia e procuratore generale dei conti Bennicelli.

I Bennicelli facevano parte della ricchissima nobiltà romana. Adriano, il capostipite della famiglia, era il famoso conte Tacchia reso celebre da Montesano. Diventato ricco con il commercio di legname, il suo soprannome sembra derivasse da “zeppa di legno” in romanesco; altri dicono facesse riferimento alla “botta secca” che un giorno dette col suo calesse alla vetrata di un negozio. Il conte Tacchia restò famoso per le vicende giudiziarie che lo coinvolsero a causa della disinvoltura in carrozza e, per il suo brutto carattere, fu spesso costretto a pagare faraonici risarcimenti.

Il figlio Alfredo si dimostrò, invece, assai più solido e lungimirante. Fu per anni impegnato nell’industria dell’automobilismo militare, divenne poi senatore del Regno, segretario dell’ordine di Cappa e Spada da Pio XI in poi, e primo curatore delle pubbliche relazioni della santa sede. Alfredo aveva una grande passione per le macchina: girava con una Mercedes dai numeri rossi come quella del pontefice, era intimo amico di Valletta e possedeva le più belle fuoriserie della Fiat, tra cui una fantastica Topolino dai comandi e dal volante in madreperla.

Aveva in Umbria vaste proprietà tra cui una tenuta a Collepepe, a Pomonte di Gualdo Cattaneo e a Solfagnano.

Castello Bennicelli Solfagnano

Quest’ultimo meraviglioso castello rinascimentale, ristrutturato ad opera dei Gallenga, possedeva terrazze panoramiche, un parco di lecci secolari, torri del ’300 e giardini pensili. La tenuta di Solfagnano era composta da ben 35 colonie, ciascuna gestita da famiglie di circa trenta persone ciascuna. Ad amministrare questa piccola “città” di proprietà dei nobili romani c’era il loro uomo di fiducia: Vittorio Vergoni. Da ciò che si ricorda di lui, il Vergoni, nominato cavaliere del Regno nel 1933, era una persona dalla probità assoluta, un gentiluomo di antico stampo amato da tutti per la sua bontà, il forte senso di civiltà e la generosità gratuita. Sembra avesse un solo difetto: una frenata passione per le auto, ereditata o forse stimolata dai suoi datori di lavoro.

Le amicizie altolocate dei Bennicelli, unite alla tranquillità e bellezza del maniero, portarono spesso alla villa di Solfagnano personalità eccellenti tra cui Graziani, Badoglio, Starace ma anche, con la dovuta discrezione e segretezza, Mussolini. La milizia e il conte avevano affidato al Vergoni la responsabile di vigilare, a costo della vita, su tutto quello che succedeva al Duce.

La cordialità e il senso di ospitalità di Vittorio riuscirono a far breccia in Mussolini. “Il Presidente”, come lo chiamava in tono amichevole Vergoni, contraccambiava con rispetto i favori ricevuti, e in varie occasioni si dimostrò disponibile alla causa comune, come in occasione della costruzione di una stazione dei treni proprio a Solfagnano. La passione per le auto tornò spesso nella vita del nostro Vittorio e lo portò a prendere parte alla Mille Miglia con la sua Alfa 1750, di nascosto dalla moglie. Scoperto il colpo di testa, alla preoccupata Adele bastò avvertire chi di competenza per far terminare anzitempo, presso Radicofani, la gara di Vergoni. La milizia fascista schierata, così, impose all’improvvisato pilota di tornare a casa.

Targa automibilistica Perugia - PU

A Vittorio piaceva tutto delle sue auto… quasi tutto. Un tarlo in testa lo disturbava da tempo e, in occasione di un pranzo, si fece coraggio e chiese a Mussolini: “Presidente possibile che la nostra targa sia PU? Non si può cambiarla?”. Pose l’accento sulla cacofonia dell’abbreviazione che, se unita alle targhe di Taranto e Napoli, formava persino una parolaccia che offendeva il gentil sesso. Il Duce, che deprecava senza disdegnare le donne di facili costumi, preferiva associare alla figura femminile la connotazione di militante e fattrice di nuove generazioni di balilla. A quella strana richiesta, quindi, non poté dire No. Da quel giorno la targa di Perugia divenne PG.

pubblicato su: Terrenostre (Novembre 2014)

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Riguardo l'autore

Marcello Betti

Imprenditore assisiate da sempre innamorato della sua terra. Perennemente alla ricerca di curiosità storiche sull'Umbria, è attivamente inserito nel direttivo di varie associazioni culturali di valorizzazione del territorio e opera all'organizzazione di eventi. A lui si devono varie scoperte e riscoperte di luoghi legati a San Francesco.

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Commenti

  1. Avatar for Marcello Betti
    Renato MerlinoSet 12, 2015

    Il capostipide della famiglia Bennicelli, ancora non lo so, sto facendo ricerche, ma non inizia come dice l’autore del “pezzo” con Adriano. Caso mai inizia la nobiltà della famiglia con Filippo padre di Adriano, grosso imprenditore di legnami che aiutò il Papa Pio IX, nel 1848, a fuggire da Roma ormai occupata da Garibaldi e Mazzini che fondarono la Repubblica Romana. Filippo Bennicelli offrì alla curia papale i suoi carri, i facchini, cavalli e viveri per far giungere il Santo Padre nel territorio napoletano, al castello di Gaeta. Quando poi i francesi accorsero a Roma, dopo le suppliche del papa, e sconfissero la novella Repubblica durata appena 11 mesi, il papa Pio IX potè rientrare in Roma grazie ancora all’aiuto di Filippo Bennicelli. A questo punto il Santo Padre volle ringraziare colui che l’aveva salvato lo fece nobile dandogli il titolo di conte per lui e per tutti i suoi discendenti.
    Adriano Bennicelli, ricchissimo, (fu uno dei primi proprietari di auto della appena nata FIAT) ne fece di cotte e di crude scorrazzando per Roma con il suo tiro a sei cavalli. Fece altre bizzarre cose che non riporterò qui perché frutto delle mie caparbie ricerche durate sette mesi e non vorrei che autori di commedie imperniate appunto sul Conte Tacchia ne abbiano a farle loro..
    Fu chiamato Conte Tacchia, lui non i padre, perché nella mente del popolino era figlio di un falegname (cosa sbagliatissima) e i falegnami usano spesso una zeppa di legno per non far traballare i mobili che a Roma viene chiamata “tacchia”:

    Renato Merlino Fondatore e Presidente Onorario del Centro Romanesco Trilussa
    Fondatore e consigliere dell’Accademia Trilussiana con il nome Porcospino
    Direttore artistico della rivista Romanità
    Redattore del giornale Rugantino
    Attore dialettale
    Studioso di cose romane (Settecento – Ottocento – Novecento)

  2. Avatar for Marcello Betti
    EmanueleSet 28, 2015

    Grazie Renato per le informazioni che ha voluto condividere con noi. La principale fonte dell’articolo è una una vecchia pubblicazione di Mimmo Coletti. Per problemi editoriali il pezzo è assai più sintetico di quello che sarebbe potuto essere e le sue precisazioni sono puntuali e doverose. La invitiamo, se vorrà, a proporre qualcosa di suo su questo o su altri argomenti attinenti ad uno degli argomenti del sito. La nostra redazione curerà con piacere la sua pubblicazione via web.

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