Una cassa nel sottoscala

Categorie: Assisi

La sorprendente e inaspettata scoperta della cassa mortuaria di San Francesco a Santa Chiara.
Uno dei massimi esperti viventi della materia riposiziona un ennesimo tassello della storia francescana.

Cassa di San Francesco e Santa ChiaraLa storia è fatta dagli uomini, ma è fatta soprattutto di uomini. Tra loro ce ne sono alcuni che dedicano la propria vita ad aggiungere pagine al libro della nostra conoscenza. Il loro contributo ha fatto spesso sì che tutti potessimo sapere di luoghi e vicende altrimenti persi per sempre. Heinrich Schliemann è forse da considerarsi meno degno di attenzione della città che ha contribuito a scoprire, o forse Howard Carter ha una rilevanza minore del faraone che ha riportato alla luce? Nella sua modestia Padre Marino Bigaroni ammette, candidamente e senza rimpianti, di aver speso la propria esistenza ad approfondire la conoscenza dei luoghi e delle vicende del francescanesimo. E’ proprio a lui che dobbiamo il ritrovamento della cassa mortuaria che ha accolto le spoglie sia di San Francesco sia di Santa Chiara nel periodo del loro “soggiorno” temporaneo a San Giorgio, chiesa anticamente collocata dove oggi sorge il Protomonastero di Santa Chiara.
Il suo entusiasmo da ragazzo di novantatré anni trapela appena lo sentiamo parlare dei suoi studi. Un tono di perplessità mista a delusione affiora sul volto solo quando qualcuno ha l’arditezza di contestare le sue tesi o, peggio ancora, di far finta di ignorarle. Impegnativo ridurre in poche righe un lavoro di ricerca protratto per tanto tempo, che lo stesso Padre Marino sintetizza a fatica in ben trenta e venticinque pagine in due relazioni pubblicate nella rivista di cultura francescana “Frate Francesco” – Anno 74/75.

Un’attenta ricerca archivistica delle fonti francescane ha portato ad individuare un trattato di Ludovico da Pietralunga che nel 1571 scriveva: “la cassa dove stava il sacro corpo, se posava sopra certi ferri fabbricati sopra un arco in mezzo della detta cappella, ancora ditta di S. Giorgio, la sopraddetta cassa … fluiva, scaturiva, ogni venere, sangue, come visibilmente si po’ vedere quotidianamente, congelato et conservato in un cassettino di avorio longo quasi mezzo cubito”. L’importanza della reliquia e il fatto che intorno ad essa avvenissero eventi miracolosi, attirarono un pellegrinaggio senza sosta verso la cappella dove era conservata. Padre Marino scrive: “La chiesa di San Giorgio ormai veniva a trovarsi “intra caustrum Monasterii”: precisamente nel chiostro. Le clarisse non potevano avvallare un abuso che così gravemente veniva a compromettere la vita di clausura a cui si erano legate con voto”. Il papa Urbano IV, in seguito alla loro richiesta, fece demolire la chiesa di San Giorgio il 22 giugno 1263, così che le clarisse potessero continuare a prestare in privato il culto del feretro che aveva conservato le spoglie del loro fondatore e della loro madre.

Il coperchio della cassa, dipinto probabilmente da Giunta Pisano, ebbe, nel frattempo, sorte diversa e, passando di mano in mano, fu ridotto di misura e gli fu applicata una cornice; poi l’ultimo proprietario, Pietro Carattoli, lo cedette ai frati della Porziuncola nel museo della quale oggi è conservato.

Dopo il 1260, anno della traslazione delle spoglie di Santa Chiara nella chiesa a lei dedicata, del feretro non si seppe più nulla. Poi un frate tanto curioso quanto, per sua stessa ammissione, cocciuto, all’ingresso della Cappella del Crocifisso del Protomonastero di Santa Chiara, vide una cassa di legno scuro abbandonata in un sottoscala e si incuriosì. La panca, 1,71 m di lunghezza per 60 cm di larghezza e profondità, era utilizzata come ripostiglio per paramenti sacri.

In alto al centro del prospetto si trova un’enorme serratura rotonda, in lamina di ferro, che richiama incredibilmente le rozze serrature delle casse mortuarie del Santo più volte riprodotte nelle Tavole istoriate fondo-oro, del secolo XIII. Al frate restò impressa la sua decorazione con “una corona di archetti a sesto romanico che circoscrivono una rosa grande a sei foglie intercalate da sei occhielli per i chiodi che la fermano al legno. Vi si apre la toppa della chiave e l’asola per il nasello del fermaglio che scende robusto, sagomato ad arte, a forma di tau assicurato in alto al coperchio…”.  Fu questa serratura, del tutto identica a quella della cassa mortuaria della beata Giuliana di Collalto, morta nel 1262 nell’isola della Giudecca, il dettaglio fondamentale per l’inconfutabile datazione del manufatto.

Poi ci fu l’intervento di ripulitura effettuato dalla sovrintendenza e arrivò la meraviglia! La cassa era tempestata da centinaia di disegni d’inequivocabile significato esoterico escatologico: la rosa a sei petali, da sempre considerata simbolo della vita presso molti popoli e civiltà tanto da essere chiamata il “Fiore della vita”; la ipsilon, segno della forza vitale che permane oltre la morte; lo zig-zag, simbolo usato per indicare il fluire delle acque, primo elemento dell’ordinamento dell’universo e principale fonte di sopravvivenza; la palma, simbolo della vita oltre la tomba.

Fiori della vita nella cassa di San Francesco e Santa Chiara

Fiori della vita nella cassa di San Francesco e Santa Chiara

Chi, se non Frate Elia, dibattuto successore del Santo al comando dell’Ordine francescano, avrebbe potuto usare quel linguaggio simbolico così inequivocabilmente rappresentativo del suo pensiero religioso, sì rispondente alle regole dell’Ordine di cui faceva parte, ma al contempo influenzato dalle idee da lui conosciute nei viaggi d’Oltremare e dall’amicizia con l’imperatore Federico II di Svevia suo grande estimatore? Lo stesso tipo di simboli del feretro decora poi la terza campata della Basilica inferiore di S. Francesco ad Assisi ideata, anche se non ultimata di persona, proprio dallo stesso Elia.  La tolleranza dimostrata nei confronti della cultura musulmana, l’innovativa “visione superpolitica del mondo” trasmessagli da Federico II e non ultimo il suo carattere, gli costarono l’allontanamento da Assisi e la scomunica solo qualche mese dopo quella che raggiunse l’Imperatore, ma, anche grazie ad un meticoloso frate, le tracce della sua opera sono arrivate comunque a noi, insieme con un’altra prova inconfutabile dell’autenticità del feretro mortuario dei due Santi assisiati.

Dagli inizi della ricerca, i media, ma soprattutto il passaparola, hanno presto portato la notizia della scoperta ben oltre i confini di Assisi e oggi l’obiettivo di tutti è quello di vedere il sacro oggetto come ospite d’onore di uno dei tanti meravigliosi musei cittadini.

Gli studi sulla cassa di San Francesco sono solo l’ultimo capitolo dei tanti approfondimenti fatti da frate Marino tra cui annoveriamo le ricerche sulle origini della chiesa di San Damiano e della Cappella del Transito; ma, l’insegnamento di Padre Bigaroni non finisce con l’immenso bagaglio di conoscenze che possiede e che ha provato a divulgare in questi anni. L’esempio più grande che possiamo apprendere da lui è l’entusiasmo con cui vanno affrontate le sfide, anche quelle che ci sembrano impossibili come trovare una cassa di legno scomparsa 750 anni fa. A proposito, il suo desiderio di conoscenza non si è ancora esaurito e il nostro amico frate dà appuntamento a tutti, a breve, per la sua nuova pubblicazione: un codicillo sulla tomba di Santa Chiara che riuscirà a convincere, finalmente, anche i più scettici riguardo la sua incredibile scoperta.

pubblicato su: Terrenostre (Dicembre 2012)

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Riguardo l'autore

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Ingegnere impegnato da anni nel campo dell’automazione industriale. Ama il suo lavoro ma al contempo è affascinato anche da: storia, tradizione e misteri della sua terra, l’Umbria. Collabora con alcune riviste e quotidiani e ha la profonda convinzione che il migliore investimento per il futuro sia la cultura, settore in cui l’Italia, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai seconda a nessuno.

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