Tra una «pajata» e una foglia di ficaia

Categorie: Armenzano, Assisi

Ogni ragazza spera di incontrare, prima o poi, il suo principe azzurro e davanti allo specchio s’immagina in un meraviglioso abito da sposa. Il matrimonio è indubbiamente il giorno più importante e tutto deve essere perfetto:

La fuitina nella tradizione popolare umbragli abiti, la cerimonia, gli invitati, il pranzo, il rinfresco, la casa. Con la primavera inizia la bella stagione, in tv e su internet imperversano i consigli per essere fashion e tra le professioni emergenti c’è proprio il wedding planner…
e se avessimo la possibilità di tornare indietro nel tempo? Cosa accadeva invece un secolo fa ai nostri bisnonni?
I cambiamenti epocali di questi ultimi decenni, più che in qualsiasi altra epoca storica, hanno così profondamente stravolto i nostri usi e consumi da farci dubitare di ciò che andremo a leggere.

Alcuni lungimiranti storici locali, presagendo l’incombere inesorabile del progresso, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, tentarono di fermare il tempo. Personaggi noti, come Don Vittorio Falcinelli, ed altri poco conosciuti persino dagli addetti ai lavori, come la studentessa di antropologia Maria Pia Gubbini, iniziarono campagne di interviste che, oggi, ci presentano un’Umbria diversa da come la conosciamo. La signora Maria ricorda così quell’avventura: “il pomeriggio partivo con mio marito sulla nostra cinquecento, alla volta del Subasio. Nei posti isolati, come quei paesini collinari, il progresso non aveva ancora del tutto cambiato il modo di vivere. Il mio compito, per conseguire la laurea in lettere, era proprio di raccogliere le testimonianze dei più anziani e per quello attendevo paziente che arrivasse la sera e tutti tornassero dai lavori nei campi.

Vediamo, dunque, cosa accadeva allora raccontato da chi lo ha vissuto veramente.

Al tempo le giovani donne erano così impazienti da voler sapere in anticipo la data del matrimonio e la tradizione veniva loro in aiuto: “Quando canta il cuculo, si può interpellare per conoscere da parte delle giovani il tempo, in anni, che si deve attendere prima di sposare: lo si interroga rifacendo il suo stesso verso, e lui risponde con altrettanti versi ognuno dei quali segna un anno da attendere.” (1)

famiglia tradizionale umbra
Le possibilità d’incontrare giovani pretendenti non erano tante come oggi: la domenica a messa, le fiere e i mercati settimanali e, in ogni caso, incombeva sempre la presenza dei genitori che pretendevano di scegliere il partito migliore da accasare. L’amore era, come sempre, più forte di tutto e tra i matrimoni celebrati, “una terza parte erano fatti dopo la fuga della giovane col fidanzato, con una certa leggerezza.

Il perché preciso non lo abbiamo conosciuto, ma è uso inveterato, tanto da ripetersi da madre a figlia o figli e nepoti, anche nelle cosiddette buone famiglie.
Le «fughe delle fidanzate» erano spesso causate dalla scontentezza che i genitori di uno dei due fidanzati avevano nei confronti dell’altra famiglia; qualche volta per ovviare alla «vergogna» di essere rimasta incinta prima del matrimonio, od anche per «capriccio».”
(1)

Quando ci si fidanzava “in casa” era più sconveniente di oggi avere ripensamenti, la tradizione permetteva al giovane abbandonato di cantare per vari giorni serenate di ingiurie alla sua ex: i così detti «dispetti», insomma una sorta di stalking legalizzato; poi il giorno del matrimonio, alla giovane ex in questione, gli amici lasciavano in serbo la così detta «pajata»: “…se due giovani, dopo essere stati per qualche tempo fidanzati tra loro, si lasciano, quando si sposa uno di essi, all’altro si dispongono dei grossi fiaschi sui muri di casa, e soprattutto, ed è questo lo scherzo più vistoso, si fa la impajicciata (o pajata), cioè si sparge la pula, lungo la strada che congiunge le case dei due ex-fidanzati.” (2)

Passato il giorno del matrimonio, tutte le attenzioni della donna si spostavano al concepimento della prole e in quei momenti le gestanti godevano di mille attenzioni: “le donne gravide godevano di un regime alimentare particolare, soprattutto quando partorivano avevano quaranta giorni di prelibatezze, al punto che si diceva “Quaranta giorni, quaranta galline”. Quindi ogni giorno una gallina. E a portarle erano i parenti e i vicini di casa, che a loro volta venivano ricambiati quando nelle loro case c’era una partoriente.” (3)

Fondamentale era naturalmente il sesso del nascituro: doveva essere per forza maschio! La vita in casa della gente di campagna era dura e servivano braccia forti per lavorare la terra. Gli anziani ripetevano sempre: “Tre donne non fanno il lavoro di un uomo”; per non parlare dei vicini, sempre pronti a far notare la nascita della femmina indesiderata appendendo fuori della porta della madre un ramo di ficaia.
Vista l’importanza dell’evento, meglio sapere tutto prima, naturalmente non con l’ecografia, ma con dei metodi tradizionali, “il più diffuso consiste nello spezzare la forcina (osso sternale) del pollo: due persone, volendo indovinare il sesso del nascituro di un loro conoscente, predicono l’una maschio, l’altra femmina, quindi afferrano, ciascuna ad una estremità, l’osso sternale di un pollo e lo spezzano. Indovina il sesso del futuro neonato la persona a cui rimane la parte più grossa dell’osso: cioè, se tale persona ha pensato al maschio il neonato sarà maschio, e viceversa.” (2)

Tradizione strane e curiose

Un altro modo per conoscere il sesso del feto era osservare la pancia della madre: se era alta e appuntita indicava un figlio maschio, se bassa una femmina. Infine se la donna incinta, camminando, vedeva sparsi in terra chiodi o chiavi, avrebbe partorito sicuramente un figlio maschio. Era un maschio anche il bambino che la mamma sentiva muoversi in grembo dal lato destro, mentre era femmina se la madre ne percepiva i primi movimenti dal lato sinistro.
Eccoci arrivati alla parte brutta d’essere madre: dover sottostare alle precauzioni che la tradizione imponeva per evitare problemi ai futuri nati. “E’ diffuso il timore che il bimbo possa venire strangolato dal cordone ombelicale, al momento della nascita; per evitare ciò, la madre, durante la gravidanza, deve rigorosamente rispettare determinate norme: non cingersi il collo con collane, con matassine di filo da ricamo, con cordoncini.
Alla donna incinta, allo stesso scopo, è vietato mettere intorno alla vita corde o cordoni; scavalcare mucchi di corde.
…durante la gravidanza è vietato saltare fossati; scavalcare filari di viti; passare sotto ai fili tesi per appendervi il bucato ad asciugare; mettere sulla testa la coroja, ciambella che le contadine preparano da sole con un fazzoletto da capo o con un grembiule, quando devono trasportare sulla testa dei pesi.
…la donna incinta, se va a cavallo, deve salire e scendere sempre dal medesimo lato, altrimenti porterà il figlio in grembo per dodici mesi come le cavalle o le somare. Inoltre la donna incinta deve evitare di assistere a spettacoli impressionanti, che la turberebbero profondamente e potrebbero provocarle l’aborto; deve distogliere subito lo sguardo da animali di aspetto repellente, come la scimmia, ad esempio, altrimenti il figlio potrebbe nascere con le stesse sembianze.
Avrà un bimbo con la testa grossa la donna che, in gravidanza, non si affretta a mangiare qualcosa la mattina, appena alzata.
Tutte le donne incinte, quando vengono prese dal desiderio di un cibo che non possono avere, devono guardarsi bene dal toccare qualunque parte del proprio corpo, altrimenti sulla stessa parte del corpo del bambino verrà una macchia, detta anch’essa voglia, che ricorda sia nel colore che nella forma il cibo desiderato dalla madre.
Per scaricare questa voglia di cibo insoddisfatta, la donna incinta può toccarsi parti del corpo che rimarranno sempre coperte: in tal modo, la voglia, che si formerà sul corpo del bambino, arrecherà un danno di poco conto dal punto di vista estetico.”
(2)

A differenza di ciò che accadeva al tempo dei tuoi trisavoli, Alessia, il nostro desiderio di vederti era così forte che saperti maschio o femmina era l’ultimo delle nostre preoccupazioni. Quando imparerai a leggere forse riderai di noi, ma qualche piccola precauzione, dettata dalla tradizione, l’abbiamo presa pure noi e fino al tuo primo gemito le collane sono rimaste ben chiuse in cassaforte.

(1) Vittorio Falcinelli, Per ville e castelli di Assisi (1972)
(2) Maria Pia Gubbini, Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano (1970)
(3) Cosimo Piccolo, La magia dell’aia: scene di vita contadina (2007)

pubblicato su: Terrenostre (Aprile 2013)

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Riguardo l'autore

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Ingegnere impegnato da anni nel campo dell’automazione industriale. Ama il suo lavoro ma al contempo è affascinato anche da: storia, tradizione e misteri della sua terra, l’Umbria. Collabora con alcune riviste e quotidiani e ha la profonda convinzione che il migliore investimento per il futuro sia la cultura, settore in cui l’Italia, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai seconda a nessuno.

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