Turista ad Armenzano – 8. Non siamo poi così diversi dai cinesi

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Maghi e Streghe ad Armenzano di AssisiSto dedicando questa mia divagazione letteraria: al nostro territorio, ai libri come depositari dello scibile umano, ma anche ad una delle figure centrali per lo sviluppo dell’economia locale, vale a dire il turista.
Non posso esimermi da citare, dunque, quelli che considero i due turisti più famosi della storia. Uno è Ulisse.
E’ proprio “quell’uom di multiforme ingegno” (Omero (1962) Odissea. Traduzione di Ippolito Pindemonte) ad incarnare la figura di chi, stimolato dal desiderio di conoscere, s’incammina in posti per lui inesplorati. Di questa peculiarità ce ne parla lui in prima persona quando, appena superate le colonne d’Ercole, arringa al suo equipaggio per convincerlo a continuare nell’impresa:

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”.
(Alighieri, Dante (1989) La Divina Commedia. A cura di S. Jacomuzzi , A. Sughera…)

Ulisse si rivolge ai suoi uomini, chiamandoli fratelli e gli ricorda che, dopo tanti pericoli sono finalmente arrivati ai confini del mondo: come possono, adesso, tornare indietro e rinnegare la loro stessa natura che li spinge al coraggio e alla conoscenza? Viaggio quindi, non per arrivare in qualche posto, ma per il semplice desiderio di viaggiare. Luciano De Crescenzo si focalizza proprio su questo aspetto del carattere di Ulisse quando immagina un canto in più nell’Odissea:

…“Come sono felice!” mormorò per la terza volta l’eroe, per poi, subito dopo, sospirare: “Thalatta, thalatta” (mare in greco).

…Dopo venti anni di avventure, di mostri che ti vogliono uccidere, di cannibali che ti vogliono mangiare, di donne che ti vogliono sedurre, di tempeste e di duelli all’ultimo sangue, non è facile restare a casa con le mani in mano a guardare la moglie. Forse la sua vera patria non era Itaca, era il mare.

Ulisse scese giù al porto e vide una nave con la prua dipinta di rosso: era la stessa che aveva riportato Telemaco da Pilo. Ci pensò su per qualche secondo, dopodiché disse ai marinai:
“Ragazzi, coraggio, si parte.” (De Crescenzo, Luciano (1997) Nessuno: l’Odissea raccontata ai lettori d’oggi)

Il secondo «turista» famoso di cui parlo mi ricorda invece la mia infanzia. Possedevo infatti a casa un libro illustrato che mi parlava di viaggi fantastici e di popoli stranissimi, il suo nome è “Il Milione” e racconta la storia di Marco Polo un mercante di Venezia che, insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo, fu tra i primi occidentali ad arrivare fino in Cina, da lui chiamata Chatai, percorrendo la via della seta.

Al tempo non avevo un carattere espansivo e a scuola passavo spesso e volentieri inosservato, ma, quella volta che portai il mio libro fui per un giorno protagonista. Puntualizzo che si trattava degli anni ’80, tv e internet non erano così sviluppati lasciando ancora qualche anno di gloria per libri ed enciclopedie. Tutti i miei compagni erano catturati da quelle foto curiose, dalle storie fantastiche e da quegli usi e costumi così inconsueti.

Egli ànno molte badie e monisteri, tutti piene d’idole di diverse fatte, a li quali si fa sagrifici grandi e grandi onori. E sapiate che ogni uomo che à fanciulli fae notricare uno montone a onore degl’idoli. A capo dell’anno, ov’è la festa del suo idolo, lo padre col figliuolo menano questo montone dinanzi a lo suo idolo, e fannogli grande riverenza con tutti li figliuoli. Poscia fanno correre questo montone; fatto questo, rimenall[o] davanti a l’idolo, e tanto vi stanno ch’è detto loro uficio e loro prieghi, ch’elli salvi li loro figliuoli. Fatto questo, danno la loro parte della carne a l’idolo; l’altra tagliano e portano a loro casa o a altro luogo ch’egli vogliono, e mandano per loro parenti, e mangiano questa carne con grande festa e reverenza…

Ancora vi dico che quando lo corpo è morto sí manda gli parenti per astronomi e indivini, e dicogli lo die che nacque questo morto; e coloro, per loro incantesimi de diavoli, sanno dire a costoro l’ora che questo corpo si dee ardere. E tengollo talvolta li parenti in casa, quel morto, 8 die e 15 e uno mese, aspettando l’ora che è buona da ardere, secondo quelli indovini, né mai no gli arderebboro altrimenti. (T)engono questo corpo in una cassa grossa bene uno palmo bene serata e confitta e coperta di panno co molto zafferano e spezie, sí che no puta a quelli della casa. E sappiate che quegli della casa fanno mettere tavola dinanzi dalla cassa ov’è ’l morto, con vino e con pane e con vivande come s’egli fosse vivo, e questo fanno ogne die fino che si dee ardere. Ancora quegli indovini dicono a li parenti del morto che no è buono trare lo morto per l’uscio, e mettono cagioni di qualche stella ch’è incontra a l’uscio, onde li parenti lo mettono per altro luogo, e tale volta rompono lo muro della casa da l’altro lato…(Polo, Marco (1982) Il milione / Marco Polo. A cura di Antonio Lanza)

In classe discutevamo su che strana gente popolasse l’Oriente nel Medioevo. Adoravano idoli che personificavano per loro il divino; in onore di essi compivano particolari riti per propiziarsi la salute personale e quella dei propri figli. Si affidavano a figure mistiche come gli indovini che aiutavano loro a difendersi da demoni e malattie in genere. Trattavano con particolare timore la morte, tutto quello che la riguardava doveva seguire particolari dettami legati ai giorni dell’anno e alla sfera celeste. Addirittura era importante, anzi fondamentale, la strada che la salma di un loro parente percorreva durante il suo ultimo viaggio!

Strana gente? Strani riti? Adesso mi ritornano in mente quei commenti. Oggi la penso diversamente da allora. Se potessimo parlare con qualche nostro compianto recente antenato vissuto all’inizio del ‘900 ci convinceremmo che le superstizioni erano diffuse in ogni ceto sociale ma, in genere, tra gente semplice come agricoltori e pastori con un basso grado di istruzione, attecchivano più facilmente che altrove.

Riprendo il viaggio nel passato sempre all’inizio del XX secolo alla ricerca di conferme alle mie teorie. Ben presto scopro che si tratta con particolare attenzione il tema delle streghe che suscitano in tutti un timore grave. Queste demoni sono persone che di notte si trasformano e vanno a succhiare sangue ai più deboli, specie ai bambini. Da lì la tradizione di non ritirare dopo l’Avemaria i vestitini dei lattanti per non attirare proprio quel tipo di donna, perché spesso di donna si tratta! Dopo il suono dell’Avemaria non si possono neanche uccidere, in casa, insetti come farfalle, ragni, o lucciole, perché potrebbero essere streghe travestite e si incorrerebbe nel malocchio.

Cosa si usa per tenere lontane le entità demoniache e le disgrazie? Facile, basta un ferro di cavallo, meglio se donato o rubato: riposto, generalmente, dietro le porte delle stalle o di casa, naturalmente legato con un fiocco rosso.

Le «fatture» sono poi le cose più temute perché possono condurre alla morte.

Leggi il seguito su: Il malocchio e la stregoneria visti con gli occhi del popolo assisano d’inizio ’900

Attenzione quando si ha a che fare con un morto in casa; come accennavo, la distanza con la Cina Medievale non è poi molta. Occorre essere prudenti per evitare altre disgrazie:

– il morto non deve passare per la strada nuova; ciò è consigliato anche a chi si sposa;

– col morto in casa non si poggia la croce ai muri;

– finché il morto non è uscito, non si può ramazzare la casa, o se si fa pulizia l’immondizia non può essere gettata fuori;

– il corpo del defunto, in casa, non deve mai essere travalicato dal gatto, poiché è credenza diffusa che il gatto che salta il morto possa portare nuove disgrazie in famiglia;

– in una circostanza luttuosa il gallo non deve cantare sul tetto del pollaio, né la civetta sul tetto di casa;

– quando in una famiglia c’è il morto, non si possono far entrare in casa né galline, né piccioni o altre bestiole, perché morirebbe ogni membro della famiglia;

– nei nove giorni successivi alla morte, i famigliare non possono dare né prendere in prestito alcun oggetto;

– i parenti del defunto che non abitano nella stessa casa non possono trascorrervi neppure una notte, altrimenti sarebbero costretti a pernottarvi per altre nove notti consecutive; qualora non osservassero queste prescrizioni incorrerebbero certamente in altre sventure;

– parlando di

…”voci” o altri suoni vaghi che si sentono talvolta nelle vecchie case e che si attribuiscono a qualche morto che vi sia vissuto, il quale, ritornato, geme e si lamenta: in tal caso, perché tali anime riacquistino la pace, si fanno celebrare delle messe particolari, dette «profonde», in loro suffragio. Messe «profonde» vengono fatte celebrare anche per quei defunti che abbaiano in sogno inquietati e senza pace, e per quei morti la cui presenza sulla terra venga avvertita in qualche modo… (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

Pensavate che fosse finita e invece: dovete prestare attenzione al gallo che canta alla maniera della gallina, perché annuncia la morte del capo di casa, o la gallina che canta alla maniera del gallo che darebbe notizia del decesso di una persona cara. Si raccomanda una opportuna disposizione dei letti nella casa: non devono essere mai messi in modo che chi vi dorma rivolga i piedi verso la porta, né secondo la direzione delle inclinazioni del tetto. Vanno quindi posti rigorosamente in maniera perpendicolare alle grondaie (grondalecce) dell’abitazione. Attenzione all’olio caduto in terra che indica disgrazia, mentre, fate tranquillamente cadere del vino che reca allegria.

Le credenze popolari sembrano avvolgere ogni aspetto della vita quotidiana. Lo sapevate, ad esempio, che le lucciole portano la rogna? Infatti ai bambini si insegna una breve filastrocca: “Lucciola, lucciola, vien da me / che ti darò il pan del re, / pan del re, della regina, / lucciola, lucciola vien vicina”, in maniera che l’insetto diventi loro amico, così da evitare ogni malanno.

Si compiono riti anche in corrispondenza a celebrazioni religiose o per l’inizio dell’anno allo scopo di impedire calamità, come la neve o la grandine, o per allontanare animali molesti. Per evitare la venuta della temuta volpe, per Natale si brucia un grosso ceppo di legna (il «ceppo del Bambino») facendo in modo da farlo durare fino ad anno nuovo. La mattina, prima dell’alba, si deve trascinare il legno rimasto senza mai sollevarlo da terra lungo i confini della proprietà (lo «strascino»), così da creare una sorta di barriera virtuale per gli animali molesti.

Il giorno di Santa Croce, il 3 maggio, per gli agricoltori è abitudine tagliare un po’ di pelo a vacche, buoi e vitelli credendo che ciò giovi alla salute di questi animali. La stessa cosa, nello stesso giorno, si fa con le chiome dei bambini per migliorare la crescita dei capelli. A proposito di questo argomento, mai camminare all’indietro, perché si pesterebbero i capelli alla Madonna!

Siete una giovane donna e volete conoscere approssimativamente la data del vostro matrimonio? Niente di più facile: rivolgetevi al cuculo.

Quando canta il cuculo, si può interpellare per conoscere da parte delle giovani il tempo, in anni, che si deve attendere prima di sposare: lo si interroga rifacendo il suo stesso verso, e lui risponde con altrettanti versi ognuno dei quali segna un anno da attendere. (Falcinelli, Vittorio (1972) Per ville e castelli di Assisi)

E’ atteso l’arrivo di questo animale intorno all’inizio di aprile e, la prima volta che si sente cantare in qualsiasi posti si è, ci si deve gettare con le spalle a terra, evitando in questo modo i dolori di schiena e reni. Mi sono detto: “Dovrò pur testare l’attendibilità di qualcuna di queste credenze” e ho deciso di provare con quest’ultima. Devo dire che il cuculo il suo impegno ad aiutarmi ce lo ha messo, ma forse sono un caso irrecuperabile e la cura non è stata efficace al cento per cento, ma almeno ci ho provato!

Le leggende della tradizione popolare si spingono addirittura oltre, fino a pretendere di spiegare i perché della natura. Vi siete mai domandati come mai il rovo ha la caratteristica di mettere radici anche dalla punta? Il tutto è legato ad un episodio in cui Dio bevve del vino:

Il Signore si era inebriato e disse al suo servo di portargli la pianta il cui frutto gli aveva fatto male. Il servo invece di presentare la vite – sospettando che venisse maledetta – portò il rovo e il Signore disse: « Pianta benedetta! potesti mette’ da capo e da piede!» e così succede. (Falcinelli, Vittorio (1972) Per ville e castelli di Assisi)

I sogni ci posso aiutare a capire cosa ci accadrà? Naturalmente sì, anche se le premonizioni non sono sempre allegre. Per esempio: sognare acqua è buon presagio se l’acqua è chiara e limpida, ma è segno di malaugurio se è torbida; un carro tirato da vacche indica lettere in arrivo; uno moribondo profetizza altri dieci anni di vita per la persona sognata; penne o piume di uccelli mostrano pene e sofferenze in vista; serpi o serpenti ci avvertono che qualcuno dice male di noi; uccelli o maiali indicano che presto avverrà qualche disgrazia in famiglia o tra i parenti; mentre sognare il sangue si dice che rechi fortuna.

Attenzione infine durante la notte ad altri presagi di malaugurio come: il canto della civetta e l’ululato del cane che è chiamato in dialetto «urlo», a mo’ di umanizzazione del fedele animale. Il verificarsi di quest’ultimo evento potrebbe addirittura presagire la morte del padrone della bestia.

Le strade di collegamento e i mezzi di trasporto a disposizione non permettono con facilità di raggiungere i grandi centri e quindi, in casi di malattia non è sempre possibile rivolgersi a medici specializzati. Il non agire tempestivamente a volte può causare anche la morte del malato, occorre perciò adattarsi il più possibile in casa con rimedi che oggi noi chiamiamo «cura della nonna». Il medico poi, è considerato un lusso perché bisogna pagarlo e quindi non tutti se lo possono permettere.

Le malattie comuni nella zona sono principalmente dovute alle disagiate condizione di vita, di alimentazione e di lavoro del periodo: colite, artrite, pleurite, polmonite, parotite, rosolia, tonsillite, esaurimento nervoso, ma assai rare sono patologie più tristemente comuni oggi come il tumore o l’arterio-sclerosi.

I farmaci sono composti da ingredienti familiari alla vita del contadino e quindi facilmente reperibile come: mele cotte, bucce di arancia, salvia, lino, semola, senape, gramigna, fave, olio, farina, rosmarino, marrubio, vino, liquore, aceto, uova, cera d’api, cavolo, patate, zucchero, camomilla, alcool, sambuco, basilico, foglie di rovo, malva, granoturco, muragliola, ruta, garofano, o orzo.

Alcune rimedi mi sentirei di provarle all’occorrenza, mentre altri sembrano più legati alla stregoneria o all’esoterismo, e spesso sono usati in casi estremi per malattie che le cure tradizionali non riescono facilmente a guarire.

Vale la pene citarne alcuni per la loro originalità:

Otite: … Se l’otite è solo secca, allora può usarsi stoffa di lana applicata su un coperchio di terracotta infuocato. Quando il doloro all’orecchio è solo della parte più esterna, può usarsi latte di madre che allatta un bambino maschio.

Polmonite: Mignatte attaccate alla parte bassa del polmone malato e, staccate le mignatte, fare impacchi con panno bagnato in acqua calda, in modo che il sangue riprendesse a fluire liberamente. Altro rimedio: un coperchio in terracotta infuocato, applicato sulla parte malata, appena sorto il male. Ricordare che le mignatte venivano fatte purificare del sangue succhiato tra la cenere fredda, a volte però morivano. Quando il sangue era stato tutto ridato fuori, il piccolo animale veniva posto in vaso con acqua chiara per completare la purgazione ed essere, eventualmente, di nuovo usato.

Febbre: Bollitura calda o fredda di acqua con «erba della febbre» o «centavra», che si trova nel bosco, o anche nei campi, da berla più volte al giorno; oppure spaccare un piccione vivo ed applicarne le due parti sulle piante dei piedi del malato, e quindi fasciarlo, per un giorno circa; poiché la febbre viene assorbita dal piccione. Le lumache acciaccate, e subito applicate alla pianta del piede, hanno eguale efficacia.

Reumatismi ed artriti: Massaggi con olio ferrato (bollito, nel quale si immergeva per tre volte il manico infuocato della paletta) in pezza di lana. Sembra però che non avesse una efficacia certa, meglio invece, per i «gonfiori».

Vermi: Ruta macinata tra sassi vivi, e le gocce ricavate dallo stringimento, unite ad acqua, si usano durante il giorno come bevanda; oppure continuamente recare legato al collo un piccolo sacchetto con dell’aglio che, odorato, fuga i vermi…

Abbassamento dello stomaco o ipotonia: mangiare asciutto oppure fare le coppe con una candela dentro un bicchiere rimboccato; fatte le coppe si applica il cerotto, una fascia, e si rimane fermi per una quarantina di giorni. (Falcinelli, Vittorio (1972) Per ville e castelli di Assisi)

“Per la bronchite e il mal di gola c’era il mattone riscaldato sotto la cenere e poi avvolto da stracci di lana per metterlo sul petto o usato per tener caldi i piedi. A volte applicavano sul petto o dietro alle spalle un impiastro fatto di lino cotto. Non mancava anche la cenere infuocata messa dentro un sacchetto, o facendo un impacco con il semolino bollente avvolto in un panno sottile. Conoscevano diverse erbe che spesso davano il loro risultato. Ma in caso di malattie gravi, di cure vere e proprie per noi contadini non ce n’erano.” (Piccolo, Cosimo (2007) La magia dell’aia: scene di vita contadina)

I neonati, senza i vaccini moderni e con una scarsa alimentazione, sono soggetti come e più degli adulti a malattie serie. Le fantignole, che nel dialetto popolare corrispondono alla poliomielite, ad esempio sono temutissime perché uccidono o nei casi meno gravi lasciano i bambini deformi per tutta la vita. Questa malattia spaventa così tanto che, al primo insorgere di convulsioni la si diagnostica anche se non sempre si tratta proprio di poliomielite, e si corre immediatamente ai ripari. Ho detto che si corre ai ripari, non che si riesce a risolvere il problema. Le cure infatti lasciano meravigliati: è largamente diffuso il metodo che consiste nel far colare sulla nuca dal bimbo malato tre gocce di cera di una candela della Candelora. Tale operazione è spesso compiuta su tutti i bambini alla nascita, per prevenire l’insorgere delle fantignole, prima che si manifestino. In alternativo si possono usare due chiavi, l’una maschio (a punta piena), l’altra femmina (a punta cava), ponendole incrociate e roventi sulla nuca del bambino colpito, producendovi una profonda bruciatura.

Le cure adottate per altre malattie infantili non sono meno curiose di quella appena presentata:

Se il bambino, durante i primi mesi di vita, deperiva in-vece di aumentare di peso, piangeva continuamente e perdeva vivacità, piuttosto che ricercarne le cause nella scarsa alimentazione si credeva che in fondo alla schiena, in corrispondenza dell’osso sacro, si fosse annidata una biforcola (…insetto con due cerchi ricurvi all’estremità addominale); secondo la credenza popolare, la biforcola, succhiando il sangue al bimbo ne impediva la crescita. Per cacciarlo, dunque, dal corpo del bambino, si conosceva un particolare sistema che presentava, però, alcune varianti: si facevano friggere in olio d’oliva, tre, cinque, sette biforcale, quindi la persona che doveva compiere l’operazione, una strolica per lo più, intingeva nell’olio della frittura due dita della mano destra, l’indice e il medio, con le quali, formando una sorta di V rovesciata, ungeva il sederino del bambino dall‘alto in basso, come per indicare all’animale la via d’uscita.

Tale operazione doveva essere ripetuta per sette o nove giorni consecutivi.

La bronchite, in passato, veniva curata massaggiando la schiena del bambino, con un panno di lana imbevuto di panna di latte di pecora, oppure con olio ferrato, che si preparava nel seguente modo: si poneva sui carboni ardenti un pezzo di ferro e vi si lasciava finché non diventava incandescente; quindi si immergeva immediatamente in un recipiente pieno di olio; questo olio, detto appunto ferrate, si faceva colare a gocce sulla parte malata, per tre, cinque, o sette volte, e si spandeva massaggiando. (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

Poveri bambini! Immaginate che per neutralizzare il pericolo dei vermi che assalgono il neonato alle gola provocandone il soffocamento, si fa ingerire al bimbo una cucchiaiata di petrolio o gli si fa annusare dell’aglio.

Visto quello già accennato, sembra brutto aggiungere che, data l’abitudine di arrangiarsi con cure casalinghe senza fare lunghi trasferimenti ad Assisi o Spello, la persona demandata ad occuparsi del primo soccorso dei malati è spesso la stessa che cura le bestie, come peraltro già accennato nel capitolo dedicato a Cinicchia. Spesso anche se non sempre, le cure che vanno bene per gli animali si possono provare con le persone e viceversa, anche perché, come nell’episodio del beato Giovanni, a volte le bestie nell’economia familiare sono importante come se non di più delle persone.

Esistono poi patologia particolari per ogni animale e vanno curate nella maniera adatta, con i soliti ingredienti e un po’ di immancabile fantasia:

Palatina dei somari: la palatina è l’ingrossamento della lingua del somaro che si riveste anche di una certa patina. Allora si prende la paletta del fuoco, si arrossa al calore del fuoco l’occhio di testa del manico, si allarga la bocca dell’asino con uno zeppo e si brucia quella patina con l’occhio arroventato; poi si ripulisce la lingua del povero ciuchino con sale e aceto.

Pocciòle ai maiali: si tratta di piccole bolle alla gola dei maiali. Si prende uno zeppo per tener aperta la bocca del suino, poi con le forbici si tolgono quelle bollicine, quindi si sfrega attentamente la parte interessata con sale ed aceto.

Pietra dei maiali maschi: è il mal della pietra alla vescica: con un buon rasoio si taglia dove si può tastare la pietra, si disinfetta poi.

Scrofe (scrojole) alle vacche: sono delle bozze alle ganasce delle vacche. Si stropiccia ben bene la parte rigonfia con cera vergine di api, oppure si ricorre ad una pomata che si chiama «acclinalitico».

Raffreddore dei cani: si fanno dei fumenti al cane con fumo di zucchero bruciato sulla paletta od anche fumenti con aceto infuocato bollito.

Ripresa di pelle degli animali: si tratta di raggrinzimento della pelle, forse per denutrizione. Si prendono zeppe di ferro o sassetti vivi e si fanno infuocare, poi si pongono a smorzare sotto la pancia degli animali la cui pelle viene strofinata dopo averli coperti. Il fumo e il massaggio renderà di nuovo una pelle fresca all’animale. (Falcinelli, Vittorio (1972) Per ville e castelli di Assisi)

Sbirciamo ora un po’ le tradizioni legate a particolari periodo dell’anno. Il 31 dicembre, come succede anche oggi, è usanza buttare la roba vecchia e, non è strano ma abbastanza diffuso, gettare utensili dalle finestre. Quindi attenti alla testa! San Silvestro, il Santo del giorno, è protettore del latte delle donne e di quello delle mucche e in sua devozione, la sera della festa si mangiano cavoli, a ricordare un miracolo compiuto da lui in vita. Infatti, proprio il 31 dicembre, San Silvestro piantò dei cavoli la mattina e la sera li mangiò, poiché miracolosamente in un solo giorno fiorirono.

Tutti gli abitanti di Armenzano rispettano l’antica tradizione di compiere nel giorno di Capodanno una piccola parte di quei lavori che si fanno normalmente: ciò dovrebbe essere di buon augurio e assicurare a chi lo fa, lavoro per tutto l’anno. Per lo stesso principio: un pasto vegetale abbondante garantisce un buon raccolto, quindi il benessere per l’intera annata; parimenti un buon piatto di carne, mangiato a Capodanno, significa carne in abbondanza per tutto l’anno.

Esiste una particolare pratica che viene compiuta la notte di San Silvestro, per conoscere anticipatamente l’andamento metereologico dell’intera annata. La «patta» (questo è il termine dialettale con cui si indica tale operazione) si fa nel seguente modo: si spezzano a metà sei cipolle e su ognuna delle dodici parti ottenute si mette del sale, dopo aver assegnato a ciascuna di esse il nome di un mese; quindi si espongono fuori dalla finestra per tutta la notte. La mattina successiva le parti di cipolla (pacche, come dicono alcuni) su cui è comparso del liquido, indicheranno il nome dei mesi di piaggia. (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

A grandi passi arriviamo al 2 febbraio giorno della benedizione della candela panacea di tutti i mali. Oggi si ricorda, infatti, la presentazione di Gesù Bambino al tempio ed a questa festa è

legato il nome della Candelora, in quanto la tradizione voleva che il vecchio sacerdote del tempio di Gerusalemme, Simeone, prendendo tra le sue braccia l’infante lo chiamò “luce per illuminare le genti”. Da qui l’uso di benedire le candele e consegnarle ai fedeli. (Piccolo, Cosimo (2007) La magia dell’aia: scene di vita contadina)

La cera della candela benedetta per il suo potere emolliente viene addirittura impiegata con successo anche per curare: scottature, foruncoli, ferite in genere, punture di spine, giraditi, screpolature delle mani (gretti) e geloni.

Anticamente per curare una contusione, una lombaggine, o la stessa «malattia del petto», si face la «coppa»: cioè si poneva sulla parte malata una candela della Candelora, racchiusa in un bicchiere capovolto, quindi il bicchiere veniva strappato via con forza; in tal modo esso faceva funzione di una ventosa e aspirava la pelle della parte del corpo su cui veniva applicato, per cui si credeva che, contemporaneamente, venisse estirpata la radice del male.

…con la candela della Candelora si cercava di curare anche il «mal caduto» (epilessia), nel seguente modo: si doveva accendere intorno al malato, mentre era colpito da un attacco, dodici candele portate da dodici donne, una per ciascuna, devote alla Madonna della Candelora. Le candele dovevano essere portate, però, spontaneamente, cioè non ci doveva essere tra le dodici donne nessun accordo preliminare. (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

C’è da scrivere un intero manuale di medicina ma non solo, con questo oggetto prodigioso si riesce anche a controllare le precipitazioni metereologiche. Infatti, mettendo fuori dalla porta di casa una candela della Candelora insieme ad una Palma benedetta e alla catena del focolare, dando poi fuoco a tutto prima dell’avvento di un temporale, si scongiura il pericolo di grandine.

Il 3 febbraio è il turno della festa di San Biagio, il protettore della gola, e quindi è una nuova occasione per stigmatizzare le malattie e tirar fuori dal cassetto la magica candela. Il rito di unzione della gola prevede infatti dei massaggi di olio di oliva sul collo, apponendovi sopra il segno della croce con la solita candelina della Candelora. Qui poi l’idea geniale. Siccome la gola deve essere purificata sia dentro sia fuori, per ungerla internamente occorre mangiare carne di maiale, unendo così l’utile al dilettevole!

Passando a piè pari le festività carnevalizie, arriviamo direttamente ad un periodo di austerità caratterizzante la preparazione alla Pasqua.

Un rito particolare, che viene compiuto il Giovedì santo, è il legamento delle campane: queste non vengono suonate per tre giorni e riprendono nella notte tra il sabato e la domenica. Anticamente, si attendeva il legamento delle campane per legare anche le piante che non portavano a luce il frutto: si andava in campagna e, nell’ora precisa in cui le campane smettevano di suonare, si legava il fusto dell’albero con dello spago o del giunco («venco», come dicono alcuni o «vitabbia»). Il sabato mattina, quando si scioglievano le campane, si correva a slegare le suddette piante.

Nel periodo in cui le campane tacciono, i fedeli ricevono l’annuncio dell’inizio della messa e delle altre funzioni religiose , dal suono di uno strumento, chiamato in dialetto «regula», da alcuni descritto come una bacchetta di legno, alle cui estremità sono attaccate due maniglie di ferro mobili: quando la «regula» viene agitata, le miniglie vanno a percuotere il legno e fanno rumore. (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

Sono tante le tradizioni legate alla Pasqua come l’abitudine di addobbare il Giovedì Santo i sepolcri con particolari pianticelle bianche ottenute coltivando al buio vari tipi di legumi come: «cecere», «lenti», «mogo», «rovelli» e grano.

Parlando ancora di coltivazioni, è proprio il Venerdì Santo il momento di piantare gli ortaggi di stagione per fare in modo che possano crescere più rigogliosi.

Arriviamo al 24 giugno festa di San Giovanni Battista. All’alba si usa andare in radure o prato per godere a pieno della «guazza», cioè della rugiada, che in questo giorno ha il potere di guarire tutte le malattie della pelle. Ci si rotola sull’erba umida di rugiada, fino a bagnarsi completamente. In alternativa a questa procedura ce n’è un’altra meno stravagante ma altrettanto utile: occorre mettere a bagno, nell’acqua di tre diverse fonti, erbe e fiori di cento differenti qualità, lasciandoli poi fuori dal davanzale della finestra tutta la notte in un recipiente scoperto. Lavandosi con quest’acqua profumata la mattina successiva, non solo si guariscono le malattie della pelle, ma si riesce addirittura a prevenirle.

Passiamo infine di colpo al giorno del 25 dicembre:

Secondo una antica credenza, la notte di Natale le bestie acquistano la facoltà di parlare: dunque, quella sera, il pastore (cioè il contadino che accudisce le bestie) deve nutrirle abbondantemente, altrimenti per tutta la notte verrebbe bersagliato dalle loro maledizione.

…“Sei satolla tu?” chiede una mucca alla sua vicina; se l’altra risponde di sì, continua: “Allora, beato quel padron che t’ha goernato”; se invece risponde di no, essa scaglia maledizioni contro lo stesso pastore.

…”Un uomo, che non credeva a questo prodigio, la notte di Natale, volle fare una prova e non diede niente da mangiare ai suoi buoi, quindi si nascose in un angolo della stalla, deciso a passarvi tutta la notte, per rendersi conto della reazione delle bestie. Verso la mezzanotte, però. Dovette fuggire, perché i buoi cominciarono a parlare tra di loro e a lamentarsi, e si stavano accordando per assalire il padrone.” (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

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Riguardo l'autore

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Ingegnere impegnato da anni nel campo dell’automazione industriale. Ama il suo lavoro ma al contempo è affascinato anche da: storia, tradizione e misteri della sua terra, l’Umbria. Collabora con alcune riviste e quotidiani e ha la profonda convinzione che il migliore investimento per il futuro sia la cultura, settore in cui l’Italia, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai seconda a nessuno.

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