Turista ad Armenzano – 5. Camminando, camminando

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Assisi e Armenzano dal Barocco all'Unità d'Italia“Adesso basta con le iniziative! Abbiamo rischiato grosso, e io lo avevo detto! Se riusciamo a tornare a casa indenni, non voglio più avere a che fare con niente e con nessuno!”. Il viaggio di ritorno dal matrimonio Baglioni sono stato intrattabile e non deve essere stato per niente facile sopportarmi.

Sono per indole una persona calma, ma in rare circostanze perdo il proverbiale controllo e provo il desiderio di isolarmi dagli altri per dedicare un po’ di tempo a me. Devo ammettere che a volte il lavoro al B&B può mettere a dura prova la pazienza e, in occasioni come l’episodio del viaggio immaginario a Perugia, il mio carattere di lupo solitario prevale sul resto. In una realtà piccola come la nostra, infatti, occorre far fronte alle richiesta del cliente con le proprie risorse a se limitate. Quando le persone sono particolarmente esigenti, o quando le cose da fare cominciano ad essere molte, questo compito diventa oneroso, soprattutto per gente come me che non è abituata a praticarlo di mestiere.

Ognuno ha i propri orari e le proprie abitudini: alcuni turisti arrivano presto la mattina perché preferiscono viaggiare di notte, e alle sette del mattino sono già sotto casa; altri fanno tardi e alle due di notte ancora non sono qui; le stesse esigenze d’orario si possono verificare al momento della partenza. La colazione alcuni la fanno presto, altri molto tardi, ci sono le intolleranze alimentari e occorre avere accortezze nella somministrazione dei cibi, chi vuole latte macchiato, chi cappuccino, caffè lungo, ristretto, decaffeinato, the, orzo, latte freddo, ad alcuni occorrono informazioni su posti e luoghi da visitare, chi vuole il doppio cuscino, una coperta in più, un asciugamano supplementare, un phon per asciugare i capelli, chi deve preparare la pappa per il bimbo, mettere in frigo una bibita per il pomeriggio, chi non si sente bene e ti chiede un consiglio, chi ti chiama perché gli si è fermata la macchina, chi ti lascia in custodia il cane o il bambino, ecc…

Sono tutte cose normali prese singolarmente, ma con la giusta contemporaneità riescono a farti impazzire! Naturalmente, la soddisfazione nel momento in cui ti accorgi che il cliente si è trovato a proprio agio non ha veramente prezzo. Anche una semplice stretta di mano, un piccolo oggetto o una bottiglia comprati in zona per dirti grazie, il passaparola con gli amici o una telefonata qualche tempo dopo la partenza per chiederti come stai ripagano in un solo secondo tutto l’impegno che hai profuso e sono sensazioni che il manager del Grand Hotel difficilmente riuscirà a provare.

Vi ricordate il nostro viaggio nella storia, oggi mi sono preso un giorno sabbatico dopo il ritorno da Perugia. Finalmente, ne avevo proprio bisogno! E’ un infrasettimanale e il turismo cala rispetto ai fine settimana, soprattutto per noi che siamo in periferia. Ne approfitto per fare qualche lavoretto di manutenzione e poi una passeggiata.

La vicenda cui abbiamo assistito la sera precedente suggella la fine della signoria baglionesca che culmina, nei fatti, con la distruzione, per opera del papa Paolo III, della residenza costruita da Braccio. Al suo posto Antonio da Sangallo il Giovane nel 1540 costruisce una fortezza: la Rocca Paolina, dando un colpo definitivo a quello che era irreparabilmente compromesso già quaranta anni prima.

Con la caduta della dinastia, oltre Perugia, finisce sotto il definitivo controllo papale anche tutta la nostra zona. In passato, infatti, l’alleanza con la signoria era stata per noi un

tentativo di liberarsi dal potere pontificio o, quanto meno, da alleggerire la pressione, entrando nell’orbita di una grande e potente che, a quell’epoca, manteneva ancora con successo la propria autonomia. (S.Maroni, P.Tedeschi (2003) (a cura di) Il diplomatico dell’archivio storico comunale di Spello, 1235-1833: regesti)

Con il conclusivo insediamento della Chiesa al potere, Assisi e il suo contado perdono la propria autonomia politica e diventano un semplice tassello in un Governo Pontificio che ormai spazia per tutto il centro Italia. Alla fine del XVI secolo la nostra comunità è

ormai inserita pienamente nello Stato ecclesiastico, che, a sua volta, va sempre più consolidando le sue strutture. Le vertenze che sorgono, sia sul diritto di pascolo, come sulla produzione dell’olio e relativa commercializzazione, come ancora sui diritti fiscali o sulle competenze del comune in ordine alla nomina di funzionari, vengono risolte in via ordinaria dai tribunali competenti, romani o provinciali. (S.Maroni, P.Tedeschi (2003) (a cura di) Il diplomatico dell’archivio storico comunale di Spello, 1235-1833: regesti)

E’ un’età di profonda decadenza politica, economica e culturale. La cura del territorio diventa meno assidua e crescono le lamentele dei cittadini.

Alla fine del XVI secolo sempre il comune di Assisi lamenta che “…hora per la tagliata delle selve et cultura de sodo l’acqua si fanno strada et camminando unite calano con gran furia, con la quale portano non solo il lavorato del monte, ma delle possessioni dé particolari poste più a basso.” (Lucchi, Olga (1999) Il colore dei fiori nel Parco regionale del Monte Subasio)

Gli equilibri di potere nell’ambito comunale mutano. Nel XVII prende progressivamente piede il

termine priore o protopriore o capopriore per indicare il podestà per poi passare, nel secolo successivo a quello di gonfaloniere. Ma non è ovviamente solo la questione terminologica a mutare nel lungo periodo, bensì anche le competenze e i poteri del “primo cittadino” si modificheranno, secondo un profilo che verrà ridisegnato all’ombra dei poteri crescenti del vicariato o governatore pontificio. (Civitareale, Maria G. (2003) L’archivio storico comunale preunitario di Spello e fondi agresti, 1235-1860)

Questo periodo di declino corrisponde anche ad una perdita di attrazione nei confronti della città di Assisi. Dal Medioevo in avanti, l’interesse per la patria nativa di Francesco è correlato intimamente a ciò il Santo suscita nell’opinione pubblica; tale attenzione cala notevolmente con la Controriforma e poi in seguito con il Barocco e l’Illuminismo. Si considera San Francesco e il movimento religioso da lui fondato permeati di troppa medievalità per destare attrazione. Si punta il dito sulla corruzione e la decadenza della Chiesa di questo periodo buio, finendo per rifiutare tutto ciò che la riguarda, rivalutando invece il cristianesimo delle origini. I visitatori si fermano solo fugacemente nella città, il loro interesse è focalizzato alle vestigia romane e, in primo luogo, al tempio della Minerva, trascurando le architetture francescane e la struttura medievale di questo nucleo urbano.

Gli intellettuali del tempo la descrissero come una città quasi rovinata per le fattioni et civili discordie. Onde più tosto par città colle mura che colla moltitudine di popolo (Alberti, Leandro (2003) Descrittione di tutta Italia), ponendo in rilievo che la fertilità di questo territorio non viene adeguatamente sfruttata e l’econo-mia è del tutto compromessa dalle continue liti e dai contrasti intestini tra potentati locali.

A un tristo secolo ne seguitò altro peggiore, e al sonnecchiar del cinquecento riscosso non di rado da qualche resto di virtù successe il letargo profondo del secolo XVII. Popolo non v’era più nelle città nostre, sibbene patrizi fastosi per titoli vani, prepotenti per ricco censo non disgregabile, ma perpetuamente trasmesso intero ai primogeniti: molli, oziosi, ignorantissimi; plebe prostrata dalle miserie in volontaria abiezione e vilmente rassegnata a stupida sofferenza. Corrotte e corruttrici le lettere: e le arti ancorché promosse non meno che nell’età precedente e coltivate con amore da potentissimi ingegni, pur decadute anch’elle per matta e stemperata vaghezza di novità. (Cristofani, Antonio (1959) Le storie di Assisi)

Ancor peggiori sono i giudizi espressi da viaggiatori settecenteschi. Il più noto di loro Johann Wolfgang Goethe, che la visita nel 1786, scrive: con un forte vento salii ad Assisi, avendo voglia di fare una passeggiata a piedi attraverso quel mondo che mi appariva così appartato. Le enormi costruzioni della babelica sovrapposizione di chiese in cui riposa san Francesco le lasciai a sinistra con antipatia […].

La mentalità collettiva tende a ignorare Assisi, e: le discordie interne, i saccheggi, gli incendi, i terremoti, contribuiscono ad obliare le impronte materiali del suo passato glorioso. Diviene un’oscura comunità periferica dello Stato Papale e Armenzano un oscuro gruppo di case di quella oscura città. La dispersione umana nelle campagne e la progressiva attrazione delle terre di pianura, che caratterizzano questo periodo storico, causano un inevitabilmente periodo di crisi per le zone montane ed alto collinari.

Sbirciando la toponomastica seicentesca si può desumere la vocazione del territorio di Armenzano. Restano indelebili le tracce di passati illustri, soprattutto a partire dal nome della cittadina in cui compare il suffisso «Jano», in onore appunto del Giano romano diventato poi il Noè cristiano. Anche nelle piccole località ci sono tracce, se pur flebili, di antichi passaggi di popoli come ad esempio nel nome Caberta, un’alterazione del termine longobardo Caberto (Casa di Berto). Nella mia passeggiata solitaria per i sentieri del borgo osservo le località al mio passaggio e cerco di desumere l’etimologia dei loro nomi legandolo all’epoca storica che sto vivendo. Trovo lungo la strada: la «Torre del Vesco» e il «Pian dell’Abbate» che evidenziano lo svilupparsi delle proprietà ecclesiastiche; la «Maestà di Ceccobuto» e le molte altre edicole votive nel cammino sono indice della forte componente religiosa che impernia la vita quotidiana. Privati cittadini sono soliti manifestare la loro devozione ai Santi edificando teche sacre all’incrocio di strade o alla base di piagge come espressione di tributo per speciali favori ottenuti o per propiziare la protezione celeste sulle loro proprietà terriere. Camminando ancora scorgo: «Pieve di S.Angelo», probabile piccola comunità all’interno della badìa, ad evidenziare il frazionamento del territorio in vocaboli ancora più piccoli; «Casa Mancina» o «Casa Intieri» dal nome del proprietario, o «Casa di Paglia» dal tipo di materiale usato. La parola «casa» è posta lì spesso a simbolo di un sogno divenuto realtà, di un territorio acquisito dopo molti sacrifici e un passato di guerre, pestilenze, terremoti, o dopo l’uscita dalla schiavitù della mezzadria. E’ caratteristica l’abitudine di dare nomi anche agli appezzamenti di terra in base alla loro forma o dimensione: «Campo Longo», «Campo Grande»; per posizione topografica: «Campo del Bregno», «Campo della Vorga», «Campo del Cellaro»; per genere di coltivazione: «Campo dell’Oppio», «Campo della Cannavina», «Campo del Sorbo»; per vicinanza a corsi d’acqua, strade o località: «Campo dell’Anna», «Campo della Strada», «Campo del Mortaro»; o per tipologia: «Campo Bello», «Campora Bella». Altre volte un’attività o una costruzione danno il nome alla località dove sorgono: «Palombara», ad esempio, tiene memoria della presenza nel luogo di palombare; «Molino» o «Cappanne di Meo», dove «cappanna» è il termine per indicare l’osteria, indicano a futura memoria come fornaci, botteghe e mulini rappresentino importanti centri di vita economica e sociale del luogo. Sono in particolare i molini a caratterizzare una zona così ricca di acqua.

Vediamo brevemente come è composto un mulino ad acqua del tempo così come lo descrivono i libri.

Gli opifici non erano azionati direttamente dalla corrente fluviale – e ciò per evitare i danneggiamenti delle piene e per una regolarizzazione degli afflussi – così che sorgevano ad una certa distanza dall’alveo.
…l’acqua veniva derivata dal corso d’acqua nella maggior parte dei casi tramite una “diga di muratura”.
La lunghezza del canale di adduzione variava da un centinaio di metri ad oltre mezzo chilometro. Dalla vasca di carico, scavata a ridosso dell’edificio, apposite bocche permettevano all’acqua di affluire nel piano seminterrato (“fuia”) e di essere convogliata in una o più “docce” che all’occorrenza venivano aperte dal piano superiore. Il salto dell’acqua, da cui non poco dipendeva la potenzialità dell’impianto, variava dai tre agli otto metri.
La “fuia”, alta non più di 1.30-1,60 m e con copertura a botte, aveva aperture verso l’esterno, da cui l’acqua fuoriusciva per essere riavviata al fiume.
Gli impianti erano tutti a ruota orizzontale il “ritrecine”, struttura cilindrica di legno di quercia in cui erano infisse 12-14 pale (“cucchiai”), per mezzo di un “palo” attraversante il soffitto della “fuia”, muoveva direttamente una coppia di macine poste al piano superiore nella stanza della lavorazione. Le granaglie, introdotte nella “tramoggia”, scendevano nel cosiddetto “occhio” della mola superiore e venivano molate grazie allo sfregamento tra le due macine. Queste erano dei grossi dischi di pietra (proveniente di norma da cave del M. Subasio o dall’Anconetano), del diametro di 120-140 cm e costituite da un blocco unico o da più pezzi tenuti insieme da cerchi di ferro. Fitti solchi scavati sulla superficie lavorante permettevano la fuoriuscita della farina, che andava a raccogliersi nel “buratto” per la setacciatura.
Accanto alla stanza della lavorazione, il vano più grande del mulino, nella maggior parte dei casi ve ne era un altro destinato alla pesatura del grano e della farina. L’abitazione del mugnaio, piuttosto modesta, era di solito al piano superiore. Un’ampia tettoia, addossata a un lato del fabbricato e sostenuta da colonne, detta “stallatico”, permetteva il ricovero di animali da soma e da traino utilizzati per il trasporto dei cereali e della farina. (Guarino, Francesco (2006) (a cura di) La valle del Tescio)

La ricchezza di acqua della zona è altresì dimostrata dai numerosi nomi delle località: la «Fonte della Vezza», «Acqua Puzza», la «Fonte del Mazzolo», le «Fonti», le «Fontane», la «Pescara», la «Vena», la «Fonte del Vettoio» e i già citati «Campo del Vorga», e «Campo del Bregno» sono esempi esplicativi. Il rapporto fra la natura e l’uomo in una zona isolata ed incontaminata come Armenzano non può che essere fortissimo e la toponomastica è piena di riferimenti in merito a questo legame. Abbiamo perfino traccia, in base ai nomi, dell’utilizzo che si fa di alcune zone e le piante che vi crescono. Tanti sono gli esempio in merito a questo: il «Prato del Monte», il «Prato Tondo», le «Ficagliole», la «Faggia», i «Piantoncelli» a indicare un appezzamento di terreno con piccole piante di ulivo, la «Vigna Vecchia», «l’Oppio» o «Oppo» ovvero la vite maritata all’acero, le «Carpineta», il «Falcione», il «Campo del Sorbo», il «Campo della Cannavina» cioè la canapa, e la «Pastura». Molti sono i luoghi su cui mi sono soffermato nel corso della mia passeggiata e solamente dai loro nomi mi sono fatto un quadro di: una comunità isolata ma comunque viva, autonoma, dedita a pastorizia e agricoltura, attività che l’hanno contraddistinta dall’inizio della sua storia, e dalla profonda componente religiosa.

Qui la cura delle anime è

affidata ai monaci di S. Silvestro; questa notizia è stata desunta da un documento stilato da un notaio di Spello, Giovanni Matteo Lilio, che il 23 Gennaio 1441 ratificò l’investitura a Parroco di Armenzano di don Giovanni Petruzzi Barcaroli, fatta dall’abate di S. Silvestro, don Francesco Serantoni, nella chiesa di S. Rufino di Spello. (Sampalmieri, Virgilio P.(1988) Notizie sui castelli di Collepino, S.Giovanni, Armenzano)

L’abbazia di S. Silvestro sorge in una località vicino ad Armenzano che viene probabilmente frequentata a scopo di culto già dai tempi pagani. Alla sorgente nei pressi del monastero, infatti, si attribuisce una leggenda secondo la quale l’acqua che ne scorre sia miracolosa per le lattanti e propizi la crescita dei neonati. L’appoggio a ciò che resta della famiglia Baglioni, avversaria del papato, però, costa molto cara proprio a quella che era tra i più antichi siti religiosi della zona.

Dopo il diroccamento dell’abbazia di S. Silvestro, ordinato da Paolo III nel 1535, la guida spirituale restò fluttuante per una trentina di anni. Ma il 23 Gennaio 1562, il Papa Pio IV, con Bolla «Apostolicae sollicitudinis» unì la chiesa di S.Maria di Armenzano al Capitolo della Collegiata di S. Maria Maggiore di Spello che doveva nominarvi un Cappellano-Parroco inamovibile e mantenerlo a proprie spese così stabilite: 12 scudi annui (60 lire), 2 rubbi di grano (circa due quintali e mezzo), 6 salme di mosto (840 litri), 1 caldarello di olio (circa 21 litri), 12 piedi di legna (metri quadrati 5), 25 Giuli per l’acquisto di carne suina (14 lire).

Nel 1616 il Card. Maffeo Barberini, Vescovo di Spoleto, poi Papa con il nome di Urbano VIII, in una visita pastorale vi stabilì un Vicario perpetuo, sempre nominato dal Capitolo di S. Maria Maggiore.
Questo Vicario-Parroco era anche Canonico di S. Maria Maggiore ed era tenuto nelle solennità a partecipare alle cerimonie religiose nella stessa Collegiata. (Sampalmieri, Virgilio P.(1988) Notizie sui castelli di Collepino, S.Giovanni, Armenzano)

Per una sorta di punizione da inferno dantesco proprio oggi, che volevo dimenticare una brutta esperienza, ci sono i preparativi per un altro matrimonio: quello tra Angela e Tommaso due contadini locali. Angela è tutta la vita che aspetta questo giorno, dalla prima volta che ha visto il suo lui in un mercato di Spello. Dopo un primo periodo di dubbi da parte di suo padre, per un precedente fidanzamento di Tommaso con un’altra ragazza, alla fine è andato tutto bene e ora si celebra un matrimonio in «regola».

Non sempre avviene così, infatti, di tutti i riti celebrati

una terza parte erano fatti dopo la fuga della giovane col fidanzato, con una certa leggerezza.
Il perché preciso non lo abbiamo conosciuto, ma è uso inveterato, tanto da ripetersi da madre a figlia o figli e nepoti, anche nelle cosiddette buone famiglie.
Le «fughe delle fidanzate» erano spesso causate dalla scontentezza che i genitori di uno dei due fidanzati avevano nei confronti dell’altra famiglia; qualche volta per ovviare alla «vergogna» di essere rimasta incinta prima del matrimonio, od anche per «capriccio». (Falcinelli, Vittorio (1972) Per ville e castelli di Assisi)

La relazione tra Tommaso e la sua precedente fidanzata era finita male e lei lo aveva lasciato. Alla rottura del fidanzamento, come da tradizione, il giovane aveva cantato per vari giorni serenate di ingiurie alla sua ex: i così detti «dispetti»; ora, nel ricordare, il ragazzo un po’ si vergogna di quello che ha fatto. A rivangare il passato alla giovane in questione gli amici, all’insaputa di lui, hanno pronta la così detta «pajata»:

…se due giovani, dopo essere stati per qualche tempo fidanzati tra loro, si lasciano, quando si sposa uno di essi, all’altro si dispongono dei grossi fiaschi sui muri di casa, e soprattutto, ed è questo lo scherzo più vistoso, si fa la impajicciata (o pajata), cioè si sparge la pula, lungo la strada che congiunge le case dei due ex-fidanzati. (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

Torniamo ora a parlare di Angela. La sua educazione in famiglia è stata sempre molto rigida. A lei sin da piccola le donne ripetevano continuamente che in casa bisognava saper fare tante cose: che è indispensabile imparare a filare, a ricamare a cucinare e soprattutto è importante avere pazienza ed ubbidire per poter un giorno trovare marito. Lei ora si sente pronta. Ha da tempo iniziato a ricamare federe da cuscino, asciugamani, camice da notte, lenzuola matrimoniali per il suo corredo, tutti oggetti che non avrebbe avuto la possibilità economica di comprare nei negozi. Solo l’autunno scorso, periodo propizio per la sua famiglia e tempo in cui maturano la maggior parte dei prodotti della terra, grazie al vino, alla legna del bosco, alle castagne, e all’olio prodotto, suo padre aveva risparmiato qualche soldo per lei.

A quei tempi il matrimonio veniva organizzato dagli anziani delle famiglie coinvolte, specialmente in quelle contadine, così qualche mese prima della data fissata, il capofamiglia della casa dello sposo era invitato a casa della sposa per definire le modalità della festa e i rispettivi impegni da assumere. Quasi sempre la discussione si animava perché ognuno voleva fare rispettare le usanze della propria famiglia cercando, ovviamente, di ricavarne qualche vantaggio dalla divisione delle spese e degli oneri. Di solito in quella occasione il padre dello sposo si informava del corredo della sposa, per conoscere i particolari. Chiedeva da quanti pezzi era formato, dove si trovava e se sarebbe stato mandato a casa dello sposo una settimana prima del matrimonio come voleva l’usanza. Poi c’era il pranzo che di solito veniva preparato nella casa dello sposo, mentre la cena in quella della sposa. (Piccolo, Cosimo (2007) La magia dell’aia: scene di vita contadina)

I preparativi sono andati bene e Angela spera di ricordarsi tutto riguardo alla celebrazione, anche i tradizionali riti scaramantici vanno eseguiti alla lettera perché vada tutto liscio. Starà attenta, ad esempio, al momento di inginocchiarsi in chiesa, a mettere un lembo della sua veste sotto le ginocchia di lui in modo da allontanare la gelosia dalla coppia.

E’ usanza, quando gli sposi dalla casa si incamminano verso la chiesa, e poi al ritorno, che i bambini preparino lungo la strada piccoli cerchi di fiori sulla terra, nel cui spazio centrale gli sposi e soprattutto gli amici lasciano confetti. Lungo il tragitto si prepara la «passata» o la

«sbarra» agli sposi, non con nastri, ma con tavole imbandito di biscotti e liquori. Ogni sbarra viene allestita da una famiglia amica della sposa, per cui avere molti amici significa trovare molte sbarre lungo la strada, il giorno delle nozze…
Gli sposi, per acquistare il diritto di passare, devono mangiare e bere ciò che viene loro offerto e lasciare in cambio dei confetti. (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

E’ un’occasione imperdibile, un giorno speciale per tutto il paese, tanto da avere due pranzi: uno in casa dello sposo e uno in quello della sposa; uno delle rare occasioni in cui c’è la possibilità di fare incetta di carne arrosto ed in umido, la prossima volta sarà a Natale. Tutti cantano e ballano fino a tarda ora, accompagnati da strumenti come l’organetto a sei o a otto bassi e il «cempene» cioè il cembalo. Nonostante ciò preferisco non andare, non si sa mai!

Intanto passano gli anni e in pieno ‘700 notiamo in Assisi riprendere con un certo vigore l’attività culturale: sono fondate accademie e istituti e vengono inseriti nel tessuto urbano medievale nuovi edifici.

Il cronista della Visita Pastorale di Mons. Lascaris (1713) nota che ad Armenzano vi erano due chiese: una nel centro del Castello, forse la Cappella signorile, l’altra poco fuori le mura.

Quella al centro del Castello era dedicata a Sant’Antonio da Padova: avendo una porta, una campanella, un altare ben ornato ed una sagrestia bene arredata. Essendo pericolante l’edificio, il quadro rappresentante il Santo, fu portato nella chiesa parrocchiale e la leggenda narra che “più lo riportavano in chiesa e più lo ritrovavano al Castello.”

La seconda chiesa, quella fuori le mura, fatta erigere indubbiamente dai frati Camaldolesi di S. Silvestro nel XII o XIII secolo, non ha pretese artistiche ed e dedicata a S. Maria. Nell’ambito parrocchiale, presso i vari gruppetti di case, furono erette numerose cappelline: a Ottiano, alle Montarelle, al Balestraccio e a Vallemare. (Sampalmieri, Virgilio P.(1988) Notizie sui castelli di Collepino, S. Giovanni, Armenzano)

Nel 1799, quando le truppe francesi di Napoleone scendono in Italia, anche Assisi subisce il saccheggio: numerose opere d’arte, specialmente quelle appartenenti al Tesoro di San Francesco e alla biblioteca della Basilica, vengono trafugate e inviate in Francia. Armenzano entra quindi a far parte della Repubblica Romana sotto il «Cantone di Assisi» come si evince dalla carta costituzionale del neonato stato. (Collezione di carte pubbliche, proclami, editti, ragionamenti ed altre produzioni tendenti a consolidare la rigenerata Repubblica Romana (1798))

Un libricino su quel periodo ci descrive bene la situazione:

Una piccola comunità rurale, un parroco a guida, una tradizione, un mondo piccolo a sé stante, appena sfiorato dagli avvenimenti di quel tempo in cui i francesi ed in particolare Napoleone Bonaparte, s’impadronirono del nostro territorio, introducendo una serie di innovazioni e cambiamenti istituzionali-giuridici ed amministrativi investendo anche e soprattutto l’aspetto religioso.

Parlando dei registri parrocchiali che sono compilati in ogni chiesa dell’epoca si aggiunge:

Erano documenti ad uso giuridico, poiché non venivano ancora registrati nei Comuni di appartenenza. Siamo in terre Pontificie e la Parrocchia costituiva l’anagrafe, che passò al potere civile con l’avvento dell’era napoleonica.
La Rivoluzione Francese e l’avvento dell’Impero francese in Italia, portò un rinnovamento anche in questa piccola e sperduta parrocchia; le cose cambiarono, sia per il modo di trascrivere i documenti e sia perché i Comuni, specie con l’avvento del Regno d’Italia, assunsero il diritto di registrare nelle sedi comunali i dati anagrafici dei loro cittadini. Alla Parrocchia resterà, ad uso di documento religioso, il compito redigere l’atto di Battesimo e di Cresima, a testimoniare l’avvenuta iniziazione cristiana dei fedeli. ( Moscatelli, Luigi (2001) Castel S. Giovanni di Spello: il libro nero)

Proprio in quegli anni sono soppressi i Capitoli Canonicati e Armenzano diviene Parrocchia autonoma, in cui appunto la figura del parroco viene intesa come: persona istruita, incaricata non solo di curare il culto ma anche con funzione di amico e aiutante della povera gente in affari che non sempre riguardano gli aspetti strettamente spirituali.

Il Napoleone francese, come il suo omonimo, il più prestigioso cittadino armenzanese medievale, non fa che una fugace apparizione nella realtà assisana; dopo la sua caduta tutto finisce con lui e il successivo Congresso di Vienna serve a riconsegnare la regione al Governo Pontificio nel maggio del 1814.

In un Manoscritto di S.Rufino che descrive il territorio assisano del 1831, si parla della presenza nella zona del monte di “castellucci quasi tutti affatto diroccati” in cui fa bella mostra proprio Armenzano.

Nella mia passeggiata, da una finestrella aperta dal lato esterno delle mura, scorgo Berta, la figlia del mezzadro Bartolo. E’ al sesto mese di gravidanza e tutti sperano sia maschio. Parlando con lei sembra essere l’unica a cui non importa del sesso, riesce solo a pensare al momento in cui lo potrà abbracciare. Indubbiamente, la vita in casa della povera gente è difficile soprattutto per le donne, c’è sempre tanto lavoro da fare, il cibo è scarso e le bocche sono tante. Lei è la maggiore di tre femmine, e il padrone non perde occasione per ripetere a suo padre che tre donne non fanno il lavoro di un uomo e che sono i maschi ad occuparsi della terra. Per non parlare dei vicini, sempre pronti a far notare la nascita di una femmina indesiderata appendendo fuori della porta della madre un ramo di ficaia.

I suoi parenti hanno fatto di tutto per individuare in anticipo il sesso del nascituro:

sono vari i sistemi a cui si ricorre per cercare di indovinare il sesso del futuro neonato. Il più diffuso consiste nello spezzare la forcina (osso sternale) del pollo: due persone, volendo indovinare il sesso del nascituro di una loro conoscente, predicono l’una un maschio, l’altra una femmina, quindi afferrano, ciascuna ad una estremità, l’osso sternale di un pollo e lo spezzano. Indovina il sesso del futuro neonato la persona a cui rimane la parte più grossa dell’osso: cioè, se tale persona ha pensato al maschio il neonato sarà maschio, e viceversa.
Osservando la forma del ventre della donna incinta, talvolta, si può indovinare il sesso del futuro neonato: una pancia alta e appuntita indica un figlio maschio, una pancia bassa una femmina…
Infine se la donna incinta, camminando, vede sparsi in terra chiodi o chiavi, avrà senz’altro un figlio maschio. Sarà un maschio anche il bambino che la mamma sente muoversi in grembo dal lato destro, mentre sarà una femmina se la madre ne percepisce i primi movimenti dal lato sinistro. (Gubbini, Maria Pia (1970) Le tradizioni popolari…nella frazione di Armenzano)

Essendo incinta Berta si trova in una condizione diversa dagli altri che gli permette di usufruire di qualche privilegio in più, sempre se di privilegi si possa parlare.

Infatti le donne gravide godevano di un regime alimentare particolare, soprattutto quando partorivano avevano quaranta giorni di prelibatezze, al punto che si diceva “Quaranta giorni, quaranta galline”. Quindi ogni giorno una gallina. E a portarle erano i parenti e i vicini di casa, che a loro volta venivano ricambiati quando nelle loro case c’era una partoriente. Era così che ogni giorno per la giovane mamma che allattava c’era un buon brodo di gallina. Questa usanza derivava dal fatto che tutti erano convinti che il brodo di gallina portasse buon latte alla mamma. Questo privilegio a volte era occasione per far nascere qualche invidia e rivalità tra le altre donne della stessa casa. E ciò perché allora pur avendo in casa decine di polli, di oche, di anatre, di tacchini, in realtà la carne non si mangiava che in rarissime occasioni, come a Natale e a Pasqua.
E anche allora un pollo o un’anatra divisa in tante bocche da sfamare, ne toccava appena un boccone a testa. E ciò perché gli animali, dai più grandi, qual’erano i vitelli e i maiali, ai più piccoli, come i piccioni, erano tutti sotto il controllo del fattore e del padrone, pertanto non se ne disponeva a proprio piacimento. E di quei pochi che spettavano al colono, non andavano certo a finire sulla sobria mensa del contadino, ma venduti al mercato per avere qualche spiccio per far fronte a quelle piccole spese, per la verità poche, che di tanto in tanto capitavano, come comprare un paio di scarpe, le medicine, il sale, il baccalà. (Piccolo, Cosimo (2007) La magia dell’aia: scene di vita contadina)

Naturalmente a questo trattamento speciale fanno da contraltare tante snervanti accortezze da rispettare, alcune ragionevoli, altre dettate solo da tradizioni per lei sciocche ma imprescindibili per il mondo che la circondano:

Tradizioni, usi e costumi matrimonio e gravidanza

Mentre gli altri sono impegnati nei campi, a Berta è stato assegnato un compito diverso e adesso è nella soffitta del casolare e sta tagliuzzando pazientemente le foglie di gelso che suo marito gli ha portato chiuse in grossi sacchi. Le foglie sono il pasto di una miriade di voraci vermicelli disposti in telai di legno. La loro attività frenetica li porterà nel giro di 40 giorni a diventare pasciuti bruchi. La ragazza sta svolgendo una mansione comune per il periodo, ma ispirata da tradizioni secolari, con la finalità di produrre la seta.

Gli animaletti

dopo quella lunga, interminabile mangiata, interrotta solo da qualche giorno in cui dormivano 24 ore di seguito, cessavano definitivamente di mangiare e si cercavano un posto per costruirsi il bozzolo. A questo punto si provvedeva a porre sopra le camercanne (i telai) ramoscelli di ginestra o d’altre essenze su cui i bachi si arrampicavano e cominciavano a sistemare l’intelaiatura che doveva sostenere il bozzolo, dentro il quale lentamente si chiudevano. Dopo qualche giorno quei rami erano pieni di bozzoli gialli a forma di arachidi…
A questo punto venivano raccolti staccandoli dai rami ed entro una settimana erano già pronti per la vendita. Il commerciante che passava a prenderli provvedeva, entro alcuni giorni, a sottoporli ad alta temperatura per far morire il baco ormai crisalide, e ciò per impedire la sua completa metamorfosi che avrebbe compromesso la continuità del filo, di cui era composto il bozzolo, e quindi in parte il suo valore. (Piccolo, Cosimo (2007) La magia dell’aia: scene di vita contadina)

A Berta, mentre svolge quel lavoro ripetitivo, torna in mente che quello stesso luogo, solo qualche mese prima, era servito da rifugio per un amico di suo padre fuggito da Assisi perché ricercato, il suo nome è Daniele Buscatti (personaggio realmente esistito; a lui è dedicato anche un vicolo di Assisi, ma nessun documento prova né confuta la sua presenza ad Armenzano. Nei documenti ufficiali si perde ogni sua traccia dopo il 1848) .

Prima di andarsene e ringraziare la famiglia che lo aveva ospitato Daniele raccontò la sua storia, e a Berta, sempre chiusa nella sua piccola isolata realtà, la vicenda di quell’uomo e gli ideali che lo mossero le sono rimasti impressi nella mente.

Era il 1848 ed era iniziato il Risorgimento Italiano.

Assisi, dopo lo splendore medioevale, era andata decadendo economicamente giorno per giorno, decadenza accentuatasi anche a causa del terremoto del 1832 e delle sue inevitabili conseguenze.
La città, in quegli anni, andava letteralmente in pezzi.
Valga un esempio per tutti: la povera gente che aveva avuto le case lesionate o distrutte invece di ripararle, non avendo i mezzi per farlo, si rassegnava a venderne i coppi, le pietre e i mattoni, salvati dal disastro, ai migliore offerente…
E’ in questo ambiente povero e depresso che una rivolta «avente per iscopo la sovversione dell’ordine» era esplosa violenta, inattesa e incontrollata giovedì 17 marzo.

L’epicentro si era avuto in piazza del Comune, davanti al Tempio di Minerva.

I capi-popolo – nemici dell’ordine – come li chiama mons. Vescovo nella sua notificazione, avevano studiato accuratamente il momento, sapevano che dovevano a tutti ì costi galvanizzare le forze popolari per gettarle contro quelle tradizionalistiche e conservatrici che, anche se si autodefinivano liberali o moderate, avevano trovato la loro espressione più valida nell’armarsi e costituire, come già detto, reparti di Guardie Civiche a difesa non tanto dello Stato Pontificio quanto soprattutto dei loro più o meno numerosi privilegi.
Le forze popolari, erano, in quei due giorni – 17 e 18 – divenute padrone della città e, riconfermando le loro minacce, la percorrevano ininterrottamente in attesa del fatto nuovo che doveva avvenire e che, non avvenne; la partecipazione alla insurrezione dei «mezzadri» e dei «casengoli». (Calzolari, Bruno (1974) Assisi 1848)

Le parole pronunciate dal Buscatti furono toccanti:

“Sarà forse stato un sogno, ma quale bellissimo sogno, per noi giovani poveri, ma capaci di incutere paura, anche solo per un giorno, a tutta quella gente che, solamente perché ricca, ha su tutti gli altri il diritto, se non più di morte, di vita! Valeva la pena di tentare; non siamo riusciti a far niente, ma per lo meno si saprà che il tempo delle pedate è finito! La nostra spavalderia terminò con il fischiare delle schioppettate; da quel momento il nostro coraggio nulla poté più fare contro i settanta e più fucili della guardia civica e dei carabinieri. Cercammo di resistere, ma non riuscimmo più a tenere, e le baionette ben presto ebbero ragione dell’incosciente coraggio di noi plebei. Sopraffatti, fummo costretti a disperderci per le tortuose viuzze della città vecchia ma io, insieme con altri quindici compagni, fui tratto in arresto. Nonostante ciò, con l’aiuto di una guardia carceraria, riuscii a fuggire e grazie a voi ora sono un uomo pronto a ricominciare una nuova vita”.

Anche la nostra zona quindi vive di episodi patriottici che contribuiscono nel loro piccolo, insieme con quelli del resto dello Stivale, alla formazione del Regno d’Italia avvenuta nel 1860. L’unificazione permetterà ad Assisi, tra le altre cose, una progressiva apertura all’esterno, grazie anche alla costruzione dello proprio scalo ferroviario.

Subito dopo l’Unità, Assisi, pur se ancora povera e desolata, ha iniziato ad acquistare un rinnovato fascino per il pubblico colto che si muove sulla scena europea, oltre che per i pellegrini. La cultura romantica ha ridato valenza positiva alla rinascita medievale, quale momento di genesi di una società europea, connotata di vivacità culturale ed economica. Questo rinnovato interesse per i primi secoli del secondo millennio si era tradotto in Assisi in un fervore di iniziative, che aveva portato alla riscoperta dei corpi dei santi Francesco e Chiara, e alla rivalutazione di uno spazio che, sia entro la cinta muraria sia nella campagna circostante, ritornava ad essere di moda. (Grohmann, Alberto (1992) Assisi in età barocca)

Sto ancora passeggiando e sono quasi tornato a casa, in questi giorni ho avuto l’occasione di vedere le trasformazione che ha subito Armenzano dalla sua nascita all’annessione al neonato Stato Italiano. Ne è passata di acqua sotto i ponti per arrivare all’Italia unita; si sono avvicendati: condottieri, re, politici, imperatori, sono scoppiate guerre, ci sono state pestilenze e terremoti, ma a me sembra che qui nulla sia cambiato dall’inizio del tempo. E’ come aver visto un lunghissimo film come «Via col Vento», aver seguito la vicenda con trepidazione, essersi immedesimati nei personaggi e poi…

…aver spento la tv con il telecomando, per ritrovarsi nella medesima poltrona di 3 ore e 53 minuti prima.

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Riguardo l'autore

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Ingegnere impegnato da anni nel campo dell’automazione industriale. Ama il suo lavoro ma al contempo è affascinato anche da: storia, tradizione e misteri della sua terra, l’Umbria. Collabora con alcune riviste e quotidiani e ha la profonda convinzione che il migliore investimento per il futuro sia la cultura, settore in cui l’Italia, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai seconda a nessuno.

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